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Confinati per due giorni a Ponza, l’isola “lunata”

Ponza. Vi scrivo appena sbarcata dal traghetto. Felice di sentirmi ancora viva. Il mare era piuttosto turbolento e io e due neonati abbiamo rischiato di rimanerci. Non fate commenti sui due miei compagni di avventura, vi scongiuro…Quest’anno passo il weekend di Pasqua su un’isola pontina, la più grande e la più conosciuta, Ponza. L’anno scorso l’avevo trascorsa a Sperlonga e mi è sembrata una buona idea fare il bis, andando a vedere cosa c’è di fronte al continente. Per fortuna, l’acquazzone che ha fatto alzare le onde e ballare la tarantella alla nave, al momento dell’attracco era quasi finito.

Dal porto, sono andata direttamente al piccolo albergo che ho prenotato, che si trova a circa 500 mt di distanza dallo sbarco e ottimo punto di partenza per escursioni sull’isola.

Quando sono entrata nella hall, la ragazza che mi ha accolto deve aver notato i capelli alla Mafalda e lo sguardo stralunato: “non le chiedo neanche com’è andato il viaggio”. Ecco brava, è meglio.

Mi raccomando, non spaventatevi: Ponza val bene un po’ di su e giù in mare, come vi racconterò ora.

Il giorno di Pasqua, su e giù per le calette

Domenica ci siamo alzati di buon’ora e dopo una ricca colazione siamo partiti per fare il giro di Ponza. Se non avete problemi fisici, vi consiglio di farlo a piedi, perché l’isola non è grande e siamo riusciti a vedere quasi tutti i punti d’interesse in una giornata e qualche…ehm…km di scarpinata. L’unico piccolo problema sono i piedi, che mentre vi scrivo stanno gridando pietà.

Il Frontone

Prima tappa, la spiaggia del Frontone, una delle più famose dell’Isola. Più frequentemente viene raggiunta via mare, ma il servizio è attivo solo d’estate, quindi noi siamo scesi per un sentiero piuttosto ripido. Troverete online descrizioni paurose del sentiero, ma vorrei tranquillizzarvi: niente che una persona in buona salute fisica non riesca a fare. Certo, quando inizierà la risalita l’unico pensiero fino alla cima sarà “ma chi me l’ha fatto fare”, però a quel punto potrete solo continuare ed entrare in modalità mantra yoga per spingervi al punto di partenza.

Il museo etnografico

Lungo il sentiero, prima di arrivare alla spiaggia, abbiamo incontrato per caso un cartello azzurro che indicava il museo etnografico. Incuriositi, ci siamo affacciati e abbiamo incontrato uno dei gestori della famiglia Mazzella, che con pazienza e affetto ha raccolto diverse testimonianze della vita sull’isola. Due su tutte mi hanno affascinato: la storia del soldato tedesco di origine russa che nel 1914 portò sull’isola la balalaica, uno strumento a corde della tradizione russa che lasciò come pegno d’amore a una ragazza ponzese non tornando però mai più a prenderlo e quella di zio…, che la mattina ascoltava la radio e voleva commentare, poi stizzito perché dall’altra nessuno gli rispondeva finiva per infuriarsi e spegnerla. Fuori dal “museo” c’è una piccola biblioteca, e mi sono tanto pentita di non aver portato con me libri per il bookcrossing, un calcio balilla e le sdraio per prendere il sole. Oppure, tavoli per assaggiare le specialità locali cucinate in una minuscola cucina. Noi abbiamo proseguito a destra fino agli scogli di tufo, che in epoca romana erano vasche di acqua sulfurea. Optando per il sentiero di sinistra, invece, saremmo arrivati al Fortino di Frontone, che a proposito si chiama così per la forma della roccia bianca che si affaccia sulla baia, che sembra appunto il frontone di un tempio greco. Non abbiamo camminato fino alla spiaggia del Frontone, che mi dicono in periodo estivo sia uno dei posti preferiti dai giovani per l’aperitivo al tramonto, perché il programma di escursione era bello intenso, ma l’ampia distesa avrebbe meritato almeno una passeggiata.

E poi abbiamo incontrato Fred

Ti rendi conto di quanto siano utili le lezioni di yoga quando la salita irta ti fa scoppiare i polmoni. A quel punto, o chiami qualcuno in soccorso, in effetti lì vicino hanno piazzato il poliambulatorio e non credo sia un caso, oppure come ho detto prima applichi il mantra dello yoga: muscoli antagonisti (glutei) al lavoro, sguardo fisso davanti a te e respirazione controllata. In qualche modo siamo arrivati su e siamo ripartiti per raggiungere i nostri obiettivi principali: la baia delle piscine naturali e Cala dell’acqua. Solo che all’altezza di Cala Feola abbiamo perso l’orientamento. Non aspettatevi di trovare cartelli e indicazioni, perché in tutta l’isola predomina il fai da te, ovvero giri e rigiri per viuzze e scalette finché se sei fortunato arrivi da qualche parte. Per fortuna ci ha affiancato Fred, che al collo portava la targhetta Sauron ma non si è ribellato al suo nuovo nome. Abbiamo capito che ci chiedeva di seguirlo e d’istinto ci siamo “accodati”, è proprio il caso di dire, a lui. Incredibilmente, si è mosso con abilità tra le suddette viuzze e scalette fino a portarci proprio dove volevamo!

Le piscine naturali

La baia delle piscine naturali si trova in un tratto di costa libero, non in concessione. Il mare e il vento con il tempo hanno scavato due conche naturali, le piscine, di acqua bassa e calda. La prima è chiusa tra le rocce e unita alla seconda tramite due archi naturali. Scendendo le scale, s’incontra la prima, chiusa interamente tra le rocce, unite al mare aperto e alla seconda piscina tramite due archi. La seconda piscina è meno chiusa dell’altra e con l’acqua più bassa. D’estate devono essere uno spasso per grandi e piccini.

Lo scoglio della tartaruga

Sempre seguendo Fred, siamo tornati sulla strada principale e da lì abbiamo visto lo Scoglio della tartaruga. Il perché del nome è intuibile dalla forma. Mi ha ricordato lo Scoglio dell’elefante che avevo visto in Cornovaglia. Ed è subito amore

Le Forna

Finalmente, dopo un altro tratto di strada tutto in salita, siamo giunti in località Le Forna e prima di scendere alla Cala dell’acqua, ci siamo riposati su una panchina di fronte alla chiesa mangiando panini. Per fortuna, avevamo più fame che sete, perché Fred si è rivelato una buona forchetta e da solo si è spazzolato metà del nostro pranzo.

Dopo la breve sosta, siamo scesi alla Cala.

La Cala dell’acqua

In epoca romana, la Cala dell’acqua era importante, perché qui i romani avevano trovato l’unica fonte sorgiva dell’isola, ora purtroppo chiusa. Da qui, ovviamente, il nome che porta ancora oggi. In parte ora è anche deturpata dai resti di una miniera di bentonite che nel 1935 hanno pensato bene di estrarre dalla parete sovrastante e che poi è stata chiusa nel 1975.

Forte di Papa

Dall’alto abbiamo anche scorto il Forte di Papa, realizzato alla fine del 1700 su richiesta di Papa Paolo III, dei Farnese. Costruito in posizione strategica, doveva sorvegliare i mari che dividono l’isola dal continente. Noi non ci siamo arrivati, ma se volete vederlo da vicino, basta proseguire lungo la strada principale asfaltata.

Ciao, amico Fred

Per noi è tempo di fare marcia indietro e di salutare il nostro amico Fred, che forse perché restio agli addii, o più probabilmente perché trascinato da un suo amico a quattro zampe che l’ha raggiunto al galoppo, è sparito così com’era apparso, senza salutarci. Ciao amico Fred, sei stato un’ottima guida.

Chiaia di Luna

Scendendo a ritroso lungo la panoramica che abbiamo già affrontato in salita, arrivati quasi al porto abbiamo incontrato un altro punto molto conosciuto dell’isola, la Baia di Chiaia di Luna, chiamata così per la curvatura a mezzaluna della spiaggia, chiusa alle estremità dalla roccia bianca all’estremità. La spiaggia è la più grande di Ponza e fino a qualche anno fa si poteva raggiungere attraverso un tunnel di 170 metri circa costruito dagli antichi romani. Oggi purtroppo la spiaggia è raggiungibile solo via mare e a rischio e pericolo dei natanti, perché anche la roccia che la sovrasta è friabile e a rischio crolli. Purtroppo, spiace dirlo, è uno degli esempi italici di incuria delle numerose testimonianze che il passato ci ha lasciato, non solo perché il tunnel avrebbe bisogno di essere seriamente ristrutturato per permettere ai cittadini di tutto il mondo di godere di tanta bellezza, ma anche perché, pensate, sulla cima della scogliera, che da 100 metri di altezza cade a picco sulla cala, c’era una necropoli romana che oggi è ormai in gran parte distrutta. Che dire, provo tanta malinconia quando penso a quello che ho visto l’estate scorsa in Inghilterra e a come so che tratterebbero i resti romani se ne avessero così tanti.

Il porto

Ormai il sole sta tramontando, è ora di tornare alla base, portando con me i pensieri malinconici. C’è ancora spazio per un giro del porto, meraviglioso a quest’ora, dove la sagra del casatiello ponzese, che è in pieno svolgimento, rovina un po’ ma non troppo l’atmosfera romantica che in estate deve aver fatto capitolare chissà quanti innamorati. Purtroppo, oltre a passeggiare oziosamente per la banchina, rimirando la vista del mare aperto e quella del villaggio con le sue casette colorate, deliziose, possiamo fare ben poco. I ristoranti sono quasi tutti chiusi, quindi non posso raccontarvi come si mangia in zona. Posso dirvi con certezza, però, che i prezzi non sono teneri e i due tre posti in apparenza più invitanti lì abbiamo visti in alto, a Le Forna.

In stanza faccio un conteggio spannometrico dei km percorsi con l’aiuto di google maps: 15! Direi che una bella doccia calda e dieci ore di sonno sono gli unici desideri da esprimere alla luna ponzese.

Pasquetta

I ponzesi passano il giorno di pasquetta sul Monte Guardia, a divertirsi con scampagnate e picnic. Fa caldo, la primavera si è finalmente affacciata, dopo un mese di marzo che ci raccontano è stato molto duro, Noi, invece, rimaniamo in zona porto, deserto e completamente sguarnito, perché rimangono tre cose importanti da fare: scegliere la calamita giusta, visitare il cimitero e le cisterne romane.

La calamita

La calamita giusta per fortuna ci appare al secondo o terzo negozio di souvenir in cui ci affacciamo. Non avete idea di quanto tempo sono capace di perdere su questa parte dei viaggi. Perché la calamita ha lo scopo fondamentale di farmi rivivere le sensazioni provate ogni volta che apro il frigorifero. Il che succede abbastanza spesso, eh eh. Non divaghiamo: la calamita raffigura una scarpa da ginnastica dentro cui è racchiusa Ponza. Così ricorderò per sempre la giornata ridenominata “la sfacchinata di Pasqua”.

Il cimitero

Il cimitero è situato su una collina sopra il porto e costituisce un ottimo punto di osservazione. Se avete tempo, andateci. Oltre a portare un saluto ai defunti, cosa sempre buona e giusta, potrete godere di una vista stupenda sul mare e sugli scogli. Il custode è stato così gentile da indicarci una piccola sagrestia, con una finestrella da cui osservare dall’alto un panorama spettacolare. Sulla strada per il cimitero abbiamo potuto anche “intuire” i resti di una villa costruita, sembra, dall’imperatore Augusto, con annesso tempio, per farne una residenza di villeggiatura. Un po’ come la villa di Tiberio che ho visitato a Sperlonga. In quel caso, però, i resti permettono di immaginare la pianta della villa così com’era. A Ponza, invece, ci sono oggi degli orti digradanti verso il mare e null’altro.

Le grotte di Pilato

A livello del mare, è ancora possibile ammirare le grotte di Pilato, un complesso di caverne collegate con il mare e tra di esse da cunicoli, scavate nel banco roccioso sottostante la villa. Non essendo stagione di navigazione con la barca, noi siamo riusciti a scorgerle sul traghetto di ritorno. Appena parte, guardate verso destra e riuscirete a vederle bene. Sono costituite da quattro vasche coperte e una scoperta, per questo si è sempre pensato che servissero come allevamento di pesci, che è ancora oggi l’ipotesi più accreditata. Accanto alla quale, però, si sta facendo spazio un’altra ipotesi, ossia che potesse trattarsi di uno stabilimento balneare, perché al loro interno sono stati trovati resti di colonne e statue collegato alla villa sovrastante da una scaletta scavata nella roccia. Non è stupefacente la modernità degli antichi? Il nome, invece, è ricollegabile al famoso Ponzio Pilato, in origine solo Pilato, che deve l’aggiunta di Ponzio proprio al periodo in cui fu mandato a Ponza per governarla.

Il confino

Ponza, infatti, era considerata luogo in cui confinare gli esiliati, o le persone non gradite, fin dall’antichità, non solo in epoca fascista. Qui furono confinati, tra gli altri, Giulia, la figlia di Augusto, Ponzio Pilato, Sandro Pertini, Pietro Nenni, lo stesso Mussolini alla fine della guerra, prigionieri slavi, albanesi e greci e innumerevoli altri. Tutto sommato, da quello che ho visto, direi che non dev’essere stato troppo difficile per loro adattarsi nella terra d’esilio.

Le cisterne della Dragonara e del Corridoio

Sempre a proposito di romani, vi consiglio caldamente di passare alla pro loco, gli uffici si trovano al porto di Ponza, e di prenotare una visita alle due cisterne romane più vicine. Da aprile e per tutto il periodo estivo, le visite sono cinque al giorno. Noi non sapevamo che per pasquetta non erano previste visite al mattino, ma ci tenevamo tantissimo a vederle prima di ripartire e il presidente della pro loco Emilio Aprea ci ha gentilmente accompagnato all’interno per consentirci di ammirarle.

Perché vi garantisco che di pura e semplice ammirazione si tratta. La prima cisterna, quella della Dragonara, è perfettamente conservata. Scavata nel tufo dell’isola, presenta più corridoi a volta, posti su file parallele che si incrociano con navate perpendicolari. Questo metodo di scavo, ci ha spiegato la guida, serviva a formare una scacchiera di pieni e di vuoti che anche con il massimo riempimento d’acqua non avrebbe creato problemi ai pilastri di sostegno. I pavimenti e le pareti sono rivestiti di coccio pesto, un materiale naturale (di riciclo, diremmo oggi) che rendeva impermeabile la vasca, mentre una serie di condotte in entrata e in uscita garantiva il corretto funzionamento idraulico.

Se pensate che stiamo parlando di popoli antichi, e che fino a quarant’anni fa l’acqua potabile proveniva da lì sotto, non possiamo non stupirci di quanto genio possedessero. Peccato solo che gli antichi romani siano considerati più all’estero che in Italia. Anche questo non smette di stupirmi. So che l’ho detto anche qualche paragrafo sopra, ma repetita iuvant.

La seconda cisterna, del Corridoio, è altrettanto interessante e si trova a poca distanza dalla prima. Qui la guida ci fa notare le differenze stilistiche e concettuali con la precedente, dovute essenzialmente alle modifiche di era borbonica compiute sulle pareti. Inoltre, mentre l’altra ha sempre conservato la sua funzione originaria, rimanendo attiva fino ai giorni nostri, questa nel tempo è diventata deposito di rifiuti e solo recentemente è stata “liberata dal confino” e restituita ai cittadini.

Ripartire

Risaliamo all’esterno e la luce del sole ci colpisce in faccia. E’ davvero ora di andare, il traghetto ha già acceso i motori. Saluto Ponza con un arrivederci, almeno spero. Conservo negli occhi e nella mente i colori pastello delle case che contrastano con il blu profondo del mare, le scogliere che la proteggono tutt’intorno, la luna, che sull’isola lunata viene tutte le notte a specchiarsi a metà, e quel mix di trasandatezza e bellezza che caratterizza la giovine Italia, che fiera della sua bellezza se ne fa un vanto e non lavora per conservarla.

A lei, Ponza, do appuntamento per una sortita estiva e a voi al prossimo Diario di bordo.

Informazioni pratiche

Come arrivare a Ponza

Ponza può essere raggiunta con diversi mezzi di trasporto: – in aereo, gli aeroporti più vicini sono quelli di Roma e Napoli. Da qui, il trasferimento ai porti d’imbarco può avvenire con i treni regionali, fino a Formia e Anzio e da qui ai porti d’imbarco con taxi o a piedi percorrendo circa un chilometro; con il taxi, auto a noleggio o elicottero. In auto fino agli imbarchi di Formia (tutto l’anno), Terracina e Anzio nella stagione estiva. Sull’isola è vietata la circolazione alle automobili dei non residenti nei mesi estivi.

Dove dormire

Ho dormito al Piccolo Hotel Luisa, che vi consiglio se cercate una soluzione di base e comoda. Vi suggerisco comunque di prenotare per tempo, soprattutto nel periodo estivo, perché l’offerta di alloggi su un’isola microscopica è inevitabilmente limitata.

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Altre gite da fare a Pasqua

Dove il vento dell’est soffia ancora: secondo giorno a Sofia

Secondo giorno a Sofia, la capitale della Bulgaria. Due giorni intensissimi, in uno degli ultimi avamposti dell’Est che fu. Dopo il primo giorno di ambientamento, oggi è tempo di trottare. Vi racconto tutto, venite con me.

Il mercato delle donne e il Mercato centrale

DopoIMG_5800 il Sofia free tour di ieri, oggi ho un programma intenso. E’ domenica e fuori c’è un sole caldo e invitante. L’ideale per le prime tappe, tra l’altro entrambe attaccate all’albergo, il Zhenski Pazar Women’s Market o “Il mercato delle donne” e Central Market Hall (Tsentralni Hali) o Mercato centrale. Un giro anche veloce al mercato delle donne non dovete farvelo scappare, perché è uno di quei posti che non sembra essere stato minimamente toccato dal passare del tempo. Secondo me nell’800 era esattamente così come lo vediamo ora, con vecchietti che offrono mercanzie sul ciglio della strada e botteghe alimentari con prodotti di uso quotidiano. Non è un mercato per turisti, anzi, a parte me non ne ho visti altri in giro, anche perché oltre a qualche banchetto di frutta e verdura dal punto di vista dello shopping non è che offra molto. Eppure, penso che mi pentirò per sempre di non aver comprato delle ciotole di ceramica che il venditore voleva vendermi per pochi euro: “masterchef, masterchef”, probabilmente l’unica parola in inglese oltre ai prezzi che conosceva. Il mercato non è molto grande e alla fine mi sono ritrovata quasi per caso davanti all’entrata del mercato centrale. Che però ho trovato un po’ deludente. Forse, di mattina presto era anIMG_5810cora addormentato anche lui e sarebbe stato meglio visitarlo in un orario più centrale. O forse, avendo appena fato colazione, non c’era niente di mangereccio ad attrarmi particolarmente.

Monte Vitosha e la chiesa di Boyana

Pazienza, non volevo perdermi la gita fuori Sofia e ho soprasseduto. Direzione: Monte Vitosha e la chiesa di Boyana. Per gli appassionati d’arte è una trasferta imperdibile, considerato anche che si trova a non più di 10 km dal centro città. Quando arrivo è ancora presto e non c’è tanto movimento. All’arrivo, il tassista che mi ha accompagnato mi dice che abbiamo davanti la macchina del presidente della Bulgaria, che abita poco più in là, e che vorrebbe aspettarmi, ma io preferisco essere libera di rimanere sul monte quanto voglio senza pensieri. Faccio il biglietto e poi mi dirigo verso la chiesetta e una piccola porta chiusa. Non sono sicura che si entri da lì, ma d’altra parte non vedo altre possibilità nei paraggi. Chissà perché mentre aspetto mi vengono in mente i fratelli Grimm e la casa nel bosco. Per fortuna, dopo qualche minuto arrivano altri sparuti turisti e ci mettiamo in fila. Un custode apre la porta subito dopo e ci fa cenno di entrare. L’ambiente è microscopico: c’è una piccola anticamera, dove l’uomo ci fa segno di lasciare zaini, buste e qualsiasi bagaglio ingombrante e possiamo passare avanti. Nella sala principale, piccolissima, ci attende una ragazza, che nel tipico atteggiamento bulgaro rimane silenziosa e distante, ma disponibile a dare indicazioni su richiesta. Qui vi do un suggerimento: non abbiate paura di chiedere. Io l’ho sommersa di domande e ho avuto sempre soddisfazione. Anche perché senza chiedere dettagli mi sarebbero sfuggite la maggior parte delle particolarità. Sembrava quasi un disco, a domanda iniziava a rispondere a macchinetta. Poi silenzio. Domanda, macchinetta. Silenzio.

Vasiliy da Tarnovo

L’autore degli affreschi non è certo. Vengono attribuiti a un pittore bulgaro di epoca medievale di nome Vasiliy proveniente da Tarnovo, la vecchia capitale dell’impero bulgaro. La loro importanza consiste nella cura dei particolari e nel realismo delle forme. La prospettiva tridimensionale in affreschi del 1259, cioè pochi anni prima della nascita di Giotto, li ha fatti definire “Rinascimento bizantino”, accostandoli al Rinascimento vero e proprio. Anzi, dai bulgari Vasily viene considerato addirittura un precursore del rinascimento, con cui non poteva esserci stato alcun contatto, anche se ovviamente questa impostazione sembra più frutto del patriottismo che di ricerca storica. Comunque, rimane una testimonianza interessante, che l’Unesco ha inserito tra i patrimoni protetti dell’umanità e che per fortuna non è stata distrutta, come gli stessi bulgari volevano fare agli inizi del ‘900! Prima dell’uscita, anche il severo custode si ammorbidisce e vuole mostrarci qualche dipinto della sala d’attesa. E’ più gentile, ora che si è assicurato non abbiamo fatto danni. E’ ora di lasciare spazio ai turisti successivi, la visita dura in tutto non più di dieci minuti ma io mi ritengo soddisfatta. Al ritorno, decido di prendere l’autobus ma sbaglio direzione. L’autista, che approfitta della fermata per scendere e andare a riempire la bottiglietta d’acqua alla fontanella, mi risponde un secco “no!” quando gli chiedo se il suo autobus va verso il centro. Cambio carreggiata e vado dall’altra parte. Dopo dieci minuti passa l’autobus 64, semivuoto, che mi lascia in un parco dopo poche fermate.

Vitosha boulevard

Una passeggiata di circa 2 km in semi periferia e mi ritrovo all’inizio di Vitosha boulevard, nel giardino IMG_5813delle fontane. Acqua benedetta, dopo la passeggiata. E’ ormai ora di pranzo e la fame si fa sentire. Scelgo un locale internazionale nei pressi dove mangio un’insospettabilmente ottima tortilla messicana con panini al formaggio, riservando per la sera la prova della cucina bulgara. Nel pomeriggio ritorno nei due posti che mi avevano più colpito durante il Free Sofia tour: la Rotonda di San Giorgio e la cattedrale di Aleksandr Nevskij. La prima non mi colpisce particolarmente. All’esterno sembra monumentale, ma l’interno è scuro meno imponente e la cosa che mi è rimasta davvero impressa, a parte le figure dei ventidue profeti sotto la cupola, è lo spiritoso cartello affisso in tutte le lingue al portone d’entrata: “egregi ospiti, la visita del tempio è gratuita. Vi preghiamo di comprare gli oggetti del tempio, con questo riceverete la benedizione di Dio (grazie) e aiuterete la conservazione del patrimonio culturale. Grazie”. Dubito che l’intenzione fosse di essere spiritosi, ma l’effetto è esattamente questo!

La cattedrale di Aleksandr Nevskij 

Da lì mi dirigo direttamente alla cattedrale di Aleksandr Nevskij passando per il parco della Chiesa russa di San
IMG_5827Nicola, però m’imbatto casualmente in un mercatino di cimeli sovietici e antiquariato e una sosta è d’obbligo anche se alla fine non trovo niente che mi attiri davvero. Anche la cattedrale di Aleksandr Nevskij è più imponente vista dall’esterno, mentre all’interno è piuttosto scura, anche se in stile italiano decorato con alabastro e materiali pregiati. Il custode mi fa cenni esagerati per impedirmi di usare un telefono che comunque non avrei utilizzato. Ci mancherebbe altro, con tutti i cartelli che vietano foto, lo rassicuro sul fatto che non ho nessuna intenzione di trasgredire. Siamo partiti male, ma decido di rifarmi poco dopo. Le pareti sono coperte da dipinti e affreschi, la maggior parte dei quali raffiguranti santi bulgari e russi, nonché da icone che i fedeli utilizzano per il rituale ortodosso, ovvero un’invocazione seguita da un bacio sull’immagine, gesto che vedo fare a più persone. Sono convinta che quella su cui la maggior parte delle persone si soffermano sia quella di San Giorgio e torno all’attacco del custode per chiederglielo. La sua reazione è stata fantastica, travalicando ogni cultura e ogni popolo: prima mi ha guardato pensieroso, poi afflitto da evidente pena per un’eretica mi ha risposto “quello è Dio”. Ah, so sorry. Poi, evidentemente impietosito dall’empia, mi ha fatto cenno di seguirlo e mi ha portato di fronte a un dipinto d’angolo, molto più grande. “Quello è San Giorgio”, mi dice gentilissimo. Non c’è niente da fare, il carattere dei bulgari di Sofia è questo: prima scontrosi, poi disposti ad aiutarti in tutti i modi. Ricordatevelo, quando andrete a trovarli.

Il Teatro Nazionale Ivan Vazov e il mercato dei libri all’aperto di Piazza Slaveykov

IMG_5778Prima di cena ho ancora spazio per una sosta ai giardini municipali di fronte al Teatro Nazionale Ivan Vazov, uno degli edifici più belli della città secondo me. E’ qui che vedo come ai sofioti piace trascorrere il tempo libero quando il meteo lo permette, all’aperto, giocando a scacchi, con i tifosi di uno o dell’altro giocatore che si accaniscono come se fosse una partita di calcio, o improvvisando balli di gruppo in mezzo al parco con l’accompagnamento dei musicisti di strada. Al centro dei giardini ho anche trovato una vetrina di prestito libri che non potevo non fotografare. Meno male che erano tutti in cirillico, altrimenti avrei fatto la tessera. Al mercato dei libri all’aperto di Piazza Slaveykov, invece, non ho trovato purtroppo nulla che valesse la pena di comprare. Un giretto lo merita comunque, la piazza è completamente invasa dalle bancarelle e abbellita da panchine che simulano lo scaffale di una libreria e da una panchina, dove sedersi a fare due chiacchiere con le statue di bronzo di due scrittori bulgari, padre e figlio. C’è anche una libreria molto carina da segnalare, per chi ama il genere vintage inglese, la Elephant bookstore in Shishman 31, poco distante dal Palazzo di Giustizia.

Il Kavarma

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La giornata sta giungendo al termine, è ora di trovare una osteria bulgara e assaggiare i piatti tipici del posto. Sono fortunata, ne trovo una senza pretese a poca distanza dalla zona centrale di Sofia. La proprietaria mi offre una postazione che sicuramente riserva ai turisti, piena di cimeli e di vestiti tradizionali appesi alle pareti. Trovo l’allestimento un po’ kitsch, però apprezzo la cortesia. Il cibo è buono, anche se le porzioni abbondanti non mi consentono di provare troppi piatti. Scelgo il kavarma, un piatto unico piatto popolare della Bulgaria, che è in pratica uno spezzatino di maiale, agnello o pollo, con aggiunta di cipolla, funghi, peperoni, IMG_5794melanzane e formaggio, che mi hanno presentato in una ciotola di terracotta identica a quelle che purtroppo non ho comprato la mattina al mercato delle donne. Che peccato! Come dolce, ho preso uno yogurt bulgaro ai frutti di bosco che mi è piaciuto molto e anche facile da replicare a casa con yogurt greco misto a panna. Ad accompagnare il tutto, naturalmente la birra locale più famosa, la kamenitza. Avrei voluto assaggiare anche il vino, che dicono non sia affatto male, ma non c’è stato il tempo. Può essere un buon motivo per tornare, oltre alla mia ciotola non acquistata? Forse.

Intanto, è ora di andare via da Sofia. Saluto i bulgari e la loro capitale con сбогом (arrivederci)!

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Dessert allo yogurt bulgaro con frutti di bosco

Il mio primo giorno a Sofia

Dove il vento dell’est soffia ancora: il mio weekend a Sofia, in Bulgaria

Lo confesso, sono stata io. Il movente? Squisitamente e strettamente economico: un’offerta allettante, così invitante che tra trovarla e prenotare è passato lo spazio di qualche click. Acquisti compulsivi, li chiamano. Nuove esperienze a portata di tasca, preferisco consolarmi io. Un attimo dopo il click finale mi sono detta: “bene, vado a Sofia, in Bulgaria. Cosa so di questa città?” Praticamente niente. Incredibile ma vero, la terza capitale più antica d’Europa, dopo Atene e Roma, è oggi sconosciuta ai più. Invece, se come me avete voglia d’immergervi nella storia e di trascorrere un weekend fuori dagli schemi, economico e inconsueto, vi consiglio caldamente di prenderla in considerazione. Sofia, infatti, è facilmente raggiungibile dall’Italia in un’ora e mezza di volo o poco più, è una destinazione poco battuta e, pur essendo entrata a far parte dell’Unione europea, gode ancora di prezzi accessibili e peculiarità dell’est che si conservano intatte. Approfittatene quanto prima, dubito che quest’autenticità rimarrà a lungo.

Nel mio diario di bordo cercherò di darvi alcuni consigli per un itinerario tipo di due giorni, secondo me sufficienti per farsi un’idea della città e girarla con tutta calma, esplorando anche i dintorni.

Informazioni pratiche

Innanzitutto partiamo dalle informazioni pratiche: la Bulgaria ha mantenuto la sua moneta, il lev. Appena sbarcati, potete cambiare gli euro o ai bancomat o dagli agenti di cambio, tenendo presente che il cambio attuale è poco meno di 1:2 (un euro vale circa 1,95 lev). L’aeroporto, poi, è ottimamente collegato al centro città da una metropolitana nuova di zecca. Dallo scalo, basta seguire la linea blu che indica la strada per arrivare al capolinea, adiacente al terminal. Ho fatto il biglietto alla macchinetta automatica, che costa 1,60 lev, al cambio attuale 0,80 centesimi di euro, e ho aspettato il treno. Anche i taxi costano poco, però quando viaggio preferisco i mezzi pubblici, perché rappresentano un primo contatto con gli abitanti del posto. Dopo mezz’ora sono scesa alla fermata centrale di Serdika, Сердика. Non sapevo che il mio albergo fosse fortunatamente lì vicino, però l’ho scelta per assicurarmi un primo impatto positivo con la città. E ho fatto bene, perché introduzione migliore non avrebbe potuto esserci. In piccolo, e con le dovute proporzioni, è come quando a Roma scendi alla fermata Colosseo e ti ritrovi davanti il Colosseo e i Fori imperiali. Serdika è un’antica città dei Traci conquistata dai Romani e distrutta dagli Unni. Durante i lavori per la costruzione della metropolitana, gli operai hanno ritrovato i suoi resti, che intelligentemente i bulgari hanno inserito nel contesto del trasporto pubblico, valorizzando sia il nuovo investimento sia gli antichi resti.

Il primo giorno

Dopo una passeggiata perlustrativa a zonzo per i dintorni dell’albergo, mi sono avviata verso il Palazzo di Giustizia, dove tutti i giorni, alle 11:00 e alle 16:00, un gruppo di ragazzi pieni di entusiasmo e di voglia di far conoscere la propria città, suddividono turisti e curiosi in gruppi per un free tour del centro di circa 3 ore. Io sono stata “adottata” da Stoyan, che ci ha fatto partire proprio da Serdika, della quale ci ha detto “noi abitanti di Sofia andiamo particolarmente fieri”. E fanno bene. Il giro mi servito per andare oltre l’aspetto architettonico e respirare la storia che ogni palazzo e ogni chiesa raccontano. La storia della Bulgaria, infatti, è travagliata, costellata da invasioni e conquiste e i monumenti ne sono l’espressione. La statua di Santa Sofia su cui subito c’imbattiamo, per esempio, potrebbe ingannare e far pensare che il nome della città sia di origine cristiana. Invece, Sofija deriva dal greco antico e significa “saggia, sapiente”. Quella statua è stata eretta solo nel 2000 per sostituire quella di Lenin, come avvenuto un po’ in tutti i Paesi dell’ex Unione Sovietica. La compresenza a poche centinaia di metri di distanza di una chiesa cattolica, una protestante, una sinagoga e una moschea, tutte ben visibili alle spalle di Serdika, offre un altro esempio lampante. Il popolo bulgaro è tollerante, al punto che lo stesso luogo religioso è stato scelto come “base” da diverse confessioni. E’ questo il caso della Chiesa di San Giorgio, il più antico edificio di Sofia. Nasce paleocristiana, poi diviene moschea, ora è tornata cristiana. Praticamente è sopravvissuta a tutte le guerre di religione. Non è stupefacente? Direi che oggi è in ottima forma, molto migliore del moderno palo della luce che vedete in foto. J

San Giorgio e lampione (1)

Sveta Nedelya e il museo di storia

Continuiamo il giro, passando per il palazzo presidenziale dove in quel momento stanno effettuando il cambio della guardia, uno ogni ora, e ci dirigiamo verso la chiesa di Sveta Nedelya, una chiesa ortodossa del 1863. Il nostro cicerone ci mostra una foto d’epoca, dove possiamo vedere come fosse originariamente prima dei bombardamenti che ne resero necessaria la ricostruzione. Proprio qui avvenne nel 1925 l’attentato allo zar Boris III ad opera dei comunisti, che provocò la morte di centinaia di fedeli. In realtà l’attentato fallì e sapete perché? Perché fu sventato, direte voi. Niente affatto. Non riuscì semplicemente perché lo zar quel giorno era…in ritardo. Sempre detto, la puntualità accorcia la vita. Proseguiamo fino al Museo di storia nazionale, costruito nel 1913 dove prima si trovavano le antiche terme romane. Non c’è città romana che si rispetti senza terme e Sofia era particolarmente amata dai romani per le sue innumerevoli sorgenti minerali calde e fredde. Ancora oggi, dalle bocche esce acqua calda e solforosa, ottima, a patto di attendere che si freddi e che perda il forte odore iniziale! Sembra che ogni fontanella sia buona per curare qualche organo: una è per i reni, un’altra per il cuore, un’altra ancora per lo stomaco. Secondo me sono tutte uguali, ma un sorso di ognuna sicuramente male non fa. Alle spalle del museo, una ciminiera industriale è l’unico resto dell’ex bagno pubblico, ora riconvertito appunto in museo. Le terme prima, e i bagni poi, erano utilizzati dai nostri avi un po’ come facciamo noi con i social network. Quando i bagni nelle case non esistevano, andavano lì una volta a settimana, facevano la doccia, indossavano vestiti puliti e s’informavano sugli eventi della settimana. Insomma, anche loro si riposavano spettegolando.

Sveti Nikolay

Andiamo avanti: ci fermiamo davanti a Sveti Nikolay, una chiesa ortodossa russa dedicata a San Nicola e costruita per la comunità russa presente a Sofia. L’esterno di raffinati mosaici e cupole dorate richiama gli elementi tipici dell’architettura ellenistica. Attraversando il parco adiacente, arriviamo all’ultima tappa del tour: la Cattedrale Aleksandr Nevskij, la più famosa e la più imponente della città. Eretta in stile neo bizantino, deve il suo nome allo Zar russo Alexander Nevski, che salvò la Russia dall’invasione degli svedesi. Le cupole esterne, ricoperte di oro, sono state donate proprio dai “fratelli russi”, come loro chiamano ancora oggi l’ex dominatore. Non bisogna dimenticare, infatti, che quando i russi liberarono la Bulgaria dagli ottomani trovarono un Paese devastato.

Riflettendo tra me e me sulla parzialità e sulla relatività dei giudizi della Storia, il primo giorno è finito. Nella prossima puntata vi racconterò come si mangia, cosa si beve, dove e come trascorrono le domeniche i Sofioti e che chicca ho trovato spostandomi di pochi chilometri con una meravigliosa gita fuoriporta.

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Sperlonga: il suono del mare, una bianca luce e il fascino di antiche leggende

Sperlonga. Sono seduta all’aperto, in giardino. Mentre scrivo, soffia un leggero vento che sussurra d’estate alle porte.

Ripenso al fine settimana appena trascorso e non posso che iniziare da un commento appassionato sull’arguzia e l’intelligenza degli antichi romani. Le tracce di questo popolo meraviglioso sono viva testimonianza non solo nelle grandi città, per esempio a Roma, Verona o nelle terre di conquista. La costa laziale è ancora oggi, dopo millenni, l’esempio lampante di come sapevano scegliere i luoghi da abitare e le terre da esplorare.

IMG_5708[1]Arrivare a Sperlonga è abbastanza semplice, nonostante la penuria di cartelli stradali che caratterizza le strade italiane. Uno dei rari cartelli indica la “Villa di Tiberio e sito archeologico” e lì mi dirigo. Un po’ a caso, lo ammetto, non ho studiato molto prima di arrivare. La scelta, però, si rivela azzeccata e dopo vi spiego perché.

La villa di Tiberio

Una signora gentilissima stacca il biglietto del museo annesso alla Villa di Tiberio e dà indicazioni per la visita. Lo sguardo mi cade su un avviso: “il negozio di souvenir è sospeso”. Chissà perché, penso, un buon negozio di souvenir è promozione certa per il sito. Nei locali del museo mi soffermo ad ammirare le sculture, che raccontano la storia dell’Odissea. Tiberio era un imperatore che amava vivere e circondarsi di ospiti, cui raccontava proprio il poema omerico. Non è difficile immaginare le statue come sfondo alle sue orazioni. All’uscita dei locali, si apre il sentiero che porta alla villa. Dall’alto, ne ammiro la pianta, le grotte che l’affiancano e la cornice blu del mare. Con una breve passeggiata arrivo ai resti della villa. Sono fortunata, ci sono due scolaresche e una guida che accetta con piacere altri uditori. Scopro così che la disposizione delle stanze era funzionale al bisogno di privacy del proprietario, ma anche che venne costruita secondo le tecniche ingegneristiche più avanzate dell’epoca. Sapete perché le riunioni dei ministri vengono chiamate ancora oggi Gabinetto? Perché anticamente era il luogo più riservato in cui fare affari e stringere accordi. Il bagno singolo come lo conosciamo noi, infatti, non esisteva. Pensate che nel gabinetto riservato alla servitù potevano fare i propri bisogni ben 16 persone per volta! V’immaginate che caos? Eppure, un sistema ingegnoso di circolazione dell’acqua e i lavaggi del corpo con spugne naturali che il mare lasciava a riva, garantivano la massima igiene e, soprattutto, la completa biodegradabilità dei rifiuti. Al contrario di noi, gli antichi erano decisamente ecosostenibili!

Le grotte naturali

Arrivati a fine villa, grazie a una passerella passiamo nelle grotte naturali. Per Tiberio e i suoi ospiti erano un po’ un surrogato delle terme romane. Venivano qui a leggere, chiacchierare e riposarsi. Anche in questo caso, le carpe che ancora oggi nuotano pigre nell’acqua servivano a mantenere l’ambiente pulito senza filtri, depuratori e cloro. Chimica naturale, potremmo dire. A questo punto la visita è finita. Potrei riprendere la macchina e dirigermi verso uno dei parcheggi a pagamento della cittadina. Potrei, ma non lo faccio. La giornata è bella e invita a muoversi. Quindi passo dalla spiaggia, direzione porto di Sperlonga. Per questo prima vi ho detto che la scelta è stata azzeccata, perché ho abbandonato l’automobile e non l’ho più utilizzata per tutta la giornata. E’ una breve passeggiata e se non avete problemi a camminare vi consiglio caldamente di fare lo stesso. Il porto è piccolino e punto di partenza per visitare la cittadina che s’inerpica verso l’alto. 

La Torre Truglia 

IMG_5718[1]La prima fermata è alla Torre Truglia, che probabilmente era l’antico faro di Tiberio. Ha l’aspetto squadrato di una fortezza ed era il primo avamposto di difesa della popolazione dai pericoli provenienti dal mare. Da lì, sono salita senza soste verso la IMG_5719[1]cima della cittadina per poi riscendere zigzagando tra vicoli e vicoletti circondati da abitazioni tutte bianche. Anche la calce bianca, oltre ad avere una funzione estetica, è stata scelta perché assicura la disinfezione. Purtroppo ho potuto solo immaginare l’animazione che sicuramente pervade le vie durante il periodo estivo. La maggior parte delle botteghe, infatti, è aperta solo in alta stagione e anche il numero di abitanti è ridotto al minimo. In compenso, ho sempre sentito distintamente il suono del mare. Non posso certo lamentarmi, che ne dite?

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La grotta azzurra

p.s. Ho saltato l’antica strada in marmo dei romani e la grotta azzurra, raggiungibile solo in barca (quest’ultima per assenza del servizio). Una scusa migliore per tornare a Sperlonga non l’avrei potuta trovare…

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Non c’è mondo fuori dalle mura di Verona/terzo giorno

L’inizio dell’ultimo giorno di vacanza porta sempre con sé un po’ di tristezza anticipata. Non è così anche per voi? Per esorcizzarla, conosco un solo rimedio: fare qualcosa che mi piace davvero, davvero tanto. Questo è il mio ultimo giorno a Verona. Ho visto tante cose interessanti, ma è quasi ora di andare via. Cosa mi rimane da fare? Seguitemi.

Palazzo della Gran Guardia

Il caso vuole che il Palazzo della Gran Guardia ospiti la mostra Maya, il linguaggio della bellezza. Un’occasione eccezionale, circa 250 reperti riuniti in un’unica sede, a testimoniare la bellezza del corpo utilizzato come tela. Nel mondo maya, nel quale la bellezza aveva un ruolo importante, la popolazione era solita realizzare quotidianamente acconciature per capelli e pitture su viso e corpo, riservandone invece di specifiche e particolari in occasione delle festività. Alcune di queste pratiche, come le cicatrici e i tatuaggi, cambiavano per sempre l’aspetto delle persone ed erano considerate espressioni visibili di identità culturale e di appartenenza sociale. Se passate per Verona prima del 5 marzo 2017 non perdetela, vale davvero la pena.

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Caffè Tubino

Uscita di lì, niente di meglio di un caffè per assaporare ancora il gusto di un’arte così avanzata arrivata fino a noi dal mondo antico. Per la sosta rigeneratrice, ho scelto il caffè Tubino, dicono il più buono della città. Veramente ora si chiama Caffè Borsari, ma i veronesi sono affezionati al nome originale e chi sono io per cambiarlo? Perché poi cambiare nome se tutti lo amano? Misteri delle proprietà. Il locale è curioso, stracolmo di articoli natalizi e personaggi Disney in vendita. Il caffè ottimo e fortunosamente sono anche riuscita a trovare posto in uno degli unici tre tavolinetti presenti nel piccolo locale.

Colle di San Pietro

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Il tempo però vola, Natale è già finito e allora via, verso la prossima e…sigh…ultima meta. Chiudo in bellezza, in tutti i sensi, e fuori dalle porte cittadine. Mi inerpico in cima al colle di San Pietro, una bucolica collina che si eleva per qualche centinaio di Teatro Romano. La cima, in una posizione facilmente difendibile e vicina all’Adige, è abitata sin dalle origini e ospita una ottocentesca caserma militare edificata dagli austriaci, Castel San Pietro. Per salire, potete scegliere la via facile, arrivando in cima in automobile, oppure affrontare la faticosa scalinata che vi farà sentire felici di avercela fatta. Se scegliete la seconda opzione, prendete fiato prima di iniziare e, soprattutto, evitare di chiacchierare con i compagni di viaggio! In questo modo, le speranze di farcela aumentano. Sto scherzando, ovviamente, la salita è impegnativa ma non impossibile e dall’alto mi sono goduta un panorama eccezionale, una vista a 360 gradi sulla città. Scendendo, scegliete l’altro lato. Finirete a ridosso del Teatro Romano, dove l’estate i veronesi vengono ad ascoltare i concerti jazz.

Che meraviglia! Il luogo giusto per mormorare: “ciao ciao, Verona, è solo un arrivederci“.

Non c’è mondo fuori dalle mura di Verona/primo giorno

Non c’è mondo fuori dalle mura di Verona/secondo giorno