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Alla corte dei Gonzaga: 15 luoghi da non perdere a Mantova

Mantova, “Questa è una bellissima città, e degna c’un si mova mille miglia per vederla”. 

“This is a wonderful city, it would be worth traveling a thousand miles to see it”. 

Torquato Tasso, 1586

Mantova, Capitale italiana della cultura 2016, nella lista dei patrimoni dell’umanità dall’UNESCO, regno dei Gonzaga per secoli. Soprattutto, scrigno di tesori da aprire e scoprire con stupore, quasi. Perché non avrei mai pensato di trovare un concentrato di così tanta bellezza in pochi metri quadri. Quello che segue è il giro che ho fatto io, nell’ordine spero razionale che consente di visitare il più possibile anche con poco tempo a disposizione. Sono rimasta tre giorni e questo è quello che sono riuscita a vedere, senza correre, assaporando ogni minuto dell’atmosfera rinascimentale in cui mi sono ritrovata immersa per un attimo.

Cosa fare a Mantova 

Piazza delle Erbe 

E’ il punto da cui ho iniziato il giro della città. Di forma tipicamente rinascimentale, offre subito un bellissimo colpo d’occhio, con la sua forma tipicamente rinascimentale. Piazza delle Erbe è stata a lungo il centro amministrativo e politico della città, sulla quale si affacciano alcune delle sue più importanti architetture: il Palazzo della Ragione, il Palazzo del Podestà, la Rotonda di San Lorenzo e la Torre dell’Orologio.

Il Palazzo della Ragione

Costruito in epoca medievale tra il XI e il XII secolo, venne edificato per concentrare lì ogni funzione civile, amministrativa o  giudiziaria. Purtroppo ho visto poco perché è circondato da impalcature che ne nascondono la facciata e che non si sa quando e se verranno rimosse. Anche questo palazzo, infatti, è stato danneggiato dal terremoto del 2012. Di fronte al palazzo, si teneva, e si tiene ancora oggi, un mercato millenario. Devo dire che, considerando il prestigio della location, fossi l’amministrazione curerei maggiormente qualità e aspetto dei banchi.

La Torre dell’Orologio

Accanto al palazzo, su richiesta del marchese Ludovico III Gonzaga, venne costruita dall’architetto Luca Fancelli la Torre dell’Orologio, sulla quale è ancora ottimamente conservato l’orologio astronomico.  Al tempo, l’orologio era in grado di calcolare non solo ore, posizioni dei pianeti, alba e tramonto, ma anche segni zodiacali e fasi lunari, che in epoca rinascimentale erano di grandissimo interesse ovunque. E pure oggi, direi.

La Rotonda di San Lorenzo

E’ la chiesa più antica di Mantova. Costruita nel XI secolo per volontà di Matilde di Canossa, potente feudataria sostenitrice del Papato, la struttura è un esempio di arte romanica. Probabilmente fu costruita sopra un precedente edificio romano. Di forma circolare, come le sue gemelle, all’esterno è caratterizzata da affreschi in stile romanico-lombardo. Sarà che l’ho visitata nel tardo pomeriggio, ma ha un’aura di mistero fascinosa. Vi consiglio di non perderla.

La casa del Mercante 

Guardando la Rotonda di San Lorenzo, sulla destra noterete una casa dallo stile orientaleggiante. E’ la casa del mercante Boniforte da Concorezzo, che si stabili’ a Mantova nel 1455 e volle così ricordare i suoi viaggi. Sotto il portico, incisi sull’architrave, ci sono gli oggetti che il mercante vendeva nella bottega: cucchiai, coltelli, piatti, bilance, eccetera. Una vetrina ante litteram, insomma.

Il Palazzo del Podestà

Fu costruito dal podestà di Mantova, Laudarengo Martinengo. Il bresciano fu una figura di rilievo per la città: su sua commissione, sulla facciata del palazzo verso piazza Broletto fu allocata la statua di “Virgilio in cattedra”.

Basilica di Sant’Andrea

Alle spalle di Piazza delle Erbe, è stata realizzata su progetto di Leon Battista Alberti. Custodisce nella cripta i Vasi sacri, reliquia del sangue di Cristo, e la cappella funeraria di Andrea Mantegna, l’artefice del Palazzo Ducale.

Piazza Broletto e la Vecia

Anche questa piazza, la naturale prosecuzione di Piazza delle Erbe, è molto caratteristica. Il principale motivo di interesse per me, oltre alla fontana dei delfini al centro, è la facciata del duecentesco Palazzo del Broletto. In una nicchia ad arco acuto, un ignoto artista veronese del XIII secolo ha scolpito una statua che rappresenta “Vergilius Mantuanus Poetarum Clarissimus”. Ovvero il sommo poeta Virgilio, che proprio a Mantova era nato. I mantovani la chiamano affettuosamente “La Vecia”, la Vecchia, o più poeticamente “Vecia Mantua”, la Vecchia Mantova. Proprio alla vecia ogni forestiero doveva rendere omaggio quando entrava per la prima volta in città. E così ho fatto anch’io, ponteggi permettendo.

Palazzo Ducale e il Castello di San Giorgio

E qui siamo arrivati a uno dei Palazzi più importanti di Mantova, se non il più importante. Dietro Piazza Sordello, proseguendo da Piazza Broletto, sorge il Palazzo Ducale.  L’edificio è stato per molti secoli la dimora dei Gonzaga ed è stato progressivamente esteso, tanto che oggi la reggia è la sesta per estensione in Europa, dopo Vaticano, Louvre, Versailles, Caserta e Fontainebleau. Che poi chiamarlo edificio è anche scorretto, perché gli edifici sono diversi, aggiunti via via che aumentavano i membri della famiglia residenti, e tutti collegati da corridoi, gallerie, cortili e giardini. Sarò banale e scontata, lo so, ma la Camera degli Sposi nel Castello di San Giorgio è il motivo principale per cui vi consiglio di andarci. Peccato che la facciano vedere per prima, non so per quale motivo. Fossi il curatore del palazzo, la lascerei come ultima sala da visitare, perché oggettivamente oscura tutte le altre. Si chiama così, però non aspettatevi una camera da letto. Era in realtà una camera di rappresentanza, quella che doveva lasciare a bocca aperta gli ospiti per la magnificenza e l’opulenza degli allestimenti. E se lascia noi a bocca aperta, figuriamoci all’epoca. La stanza, anche detta Camera Picta, è celebre per gli affreschi che ricoprono le pareti, opera di Andrea Mantegna. Il veneziano ha fatto un capolavoro, riuscendo con gli affreschi a celebrare superbamente una famiglia che dalle origini contadine si era elevata fino a diventare una dinastia, riuscendo addirittura a far eleggere uno dei suoi membri, Francesco, cardinale.  Tutto il complesso è secondo me estremamente elegante e ricco, ma non kitsch. Anzi, se fossi un’arredatrice di interni o una orafa mi farei un giretto da queste parti per studiare un gusto intramontabile nei secoli!

Museo Archeologico Nazionale

Uscendo dal Palazzo Ducale, vi suggerisco una capatina al museo archeologico, lì accanto, dove ho trovato un’altra chicca. Nel 2007, nell’area archeologica di Valdaro, sono stati trovati “gli amanti di Mantova”, o anche “gli amanti di Valdaro”. La scoperta eccezionale, risalente al neolitico, di due corpi di un’uomo e una donna abbracciati e insolitamente inumati in un’unica tomba. I due sono stati sepolti di fianco, faccia a faccia, incrociati in un abbraccio che coinvolge anche gli arti inferiori. Be’, vi devo dire che la vista è emozionante. Chissà che storia tragica nascondono i due poveretti.

Mantova - Gli amanti di Valdaro, Museo Archeologico nazionale
Mantova – Gli amanti di Valdaro, Museo Archeologico nazionale
Basilica Palatina di Santa Barbara

Rappresenta il sogno del principe Gugliemo Gonzaga, un luogo in cui dovevano svolgersi celebrazioni religiose della massima solennità. Sembra che l’edificio custodisse alcuni grumi della terra intrisa del sangue del Cristo, il Sacro Graal in pratica. Una chiesa riccamente decorata, che doveva mostrare l’importanza della famiglia. Gonzaga, appassionato musicista, fece costruire al suo interno un organo da Graziadio Antegnati, dotando la chiesa di una cappella musicale di prestigio e di un’acustica eccezionale. Guglielmo si era fatto costruire un palchetto di fronte all’organo, per seguire le messe senza mescolarsi alla folla e ascoltare la musica con più attenzione. Ancora oggi sono visibili i danni del terremoto del 2012, che fece crollare il cupolino del campanile. La chiesa è aperta la domenica, ore 10-18 e gli altri giorni su richiesta

Cattedrale di San Pietro

Principale luogo di culto della città, presenta uno stile romantico e gotico insieme. La ristrutturazione dell’architetto Giulio Romano le ha conferito uno stile simile alla Basilica di San Pietro a Roma.

Palazzo Te

Te, da tiglieto, località di tigli, oppure da tegia, dal latino attegia, capanna. Mantova, infatti, era anticamente circondata da quattro laghi formati dal corso del fiume Mincio, quindi potevano esserci tigli, ma anche capanne di pescatori. Poco distante dall’isola su cui sorse la città si trovava un’altra isola denominata sin dal medioevo Teieto (poi abbreviato in Te) collegata con un ponte alle mura meridionali della città. Tigli o capanne? I mantovani propendono per la prima, a me non dispiace la seconda. Conosciuto come “Palazzo dei lucidi inganni”, l’edificio era circondato da boschi e da un lago, ormai non più esistente, che lo rendevano affascinante e al tempo stesso sospetto. Non a caso è detto anche Palazzo del piacere, perché il padrone di casa Federico II Gonzaga, figlio di Francesco II e Isabella d’Este, qui si intratteneva con la sua amante. Una donna sposata, di cui era follemente innamorato. Una storia che quasi ricorda quella di Carlo e Camilla…d’altra parte, una delle sale non a caso è dedicata a Psiche e Amore. Come recita una scritta alla parete, è un palazzo per il tempo libero e lo svago, per l’onesto ozio del principe, che ritempra le forze nella quiete. E chi non ne vorrebbe uno? 

Palazzo d’Arco

Questo ve lo consiglio per chiudere in bellezza il giro di Mantova. Il Palazzo D’Arco venne iniziato nel 1784 per volere del conte Gherardo D’Arco, che da Trento si trasferì a Mantova per matrimonio. Il Palazzo e’ stato abitato dalla famiglia D’Arco fino agli anni ’70.  Cioè finché l’ultima discendente, la contessa Giovanna, non ha deciso di donarlo in eredità alla città di Mantova. La cosa stupefacente è che il palazzo è come se fosse ancora vissuto. Gli arredi, le stanze, i quadri alle pareti, tutto rimanda ai fasti del tempo che fu. La contessa Giovanna è stata lungimirante, perché se non avesse lasciato testamento, probabilmente il palazzo sarebbe stato smembrato. Invece, guardate nella foto che biblioteca meravigliosa. E il circolo della lettura che si teneva in una stanza appositamente adibita. Sapete come si giudicava il successo di un pomeriggio? Dalle quantità di tazze di tè da lavare. Più tazze venivano usate, più il dibattito era acceso. Da vedere assolutamente. Il prezzo comprende una visita guidata a cura della Fondazione che gestisce il palazzo.

Ulteriori suggerimenti 

Gita in barca sul Mincio

Non avrei potuto trovare di meglio per rilassarmi un po’ dopo aver girato come una trottola per le piazze e i palazzi mantovani. Sul Mincio è nato il poeta Virgilio, del Mincio scrivono anche Dante nella Divina Commedia e Giosuè Carducci. Non a caso, quindi, il Mincio è anche detto “Fiume dei poeti”. L’imbarcadero è nei pressi del Castello di San Giorgio e la gita dura un’ora e mezza. Comprende due dei tre laghi che il Mincio forma all’altezza di Mantova e l’oasi naturale del WWF. Il contesto è semplicemente meraviglioso, con una natura padrona che si prende i suoi spazi e offre il suo spettacolo migliore tra luglio e agosto, quando sul lago Superiore fiorisce il Fiore di Loto nelle sue grandi aiuole galleggianti: foglie verdi anche di un metro di diametro sulle quali nascono grossi fiori bianchi. In realtà, la specie è infestante, perché trapiantata qui artificialmente e quindi richiede periodicamente un grosso lavoro di manutenzione per contenere le radici. Nel lago di Mezzo, invece, domina la castagna d’acqua, i cui frutti si raccolgono nel tardo autunno e si mangiano, dopo averli cotti a lungo. Poi abbiamo incontrato ninfee, felci, salici, popolati di cormorani, aironi cinerini, e chi più ne ha più ne metta. L’opera dell’uomo si vede sporadicamente nelle case sul fiume, che ancora resistono all’abbattimento, e nelle fornaci industriali dell’800, ormai in disuso. Pensate che la Fornace Morselli, che s’incontra nel tragitto, ha fornito il cotto antico del Teatro alla Scala di Milano. La gita costa 9 euro dal lunedì al sabato, 10 euro nei festivi. Anche gli animali possono salire a bordo.

La bancarella dei libri di Piazza delle Erbe 

Dopo essere usciti dalla Rotonda di San Lorenzo o dalla Basilica di Sant’Andrea fermatevi a quella che in città è una vera e propria istituzione. Fino al 1983 è stata gestita da Giovanni Piubello, a quanto mi dicono un personaggio fortemente carismatico. E’ stato scrittore, bancarellaro ed editore di se stesso. Praticamente un self ante litteram, a parte una breve parentesi con Rizzoli. Dal punto di vista privilegiato della bancarella su una delle piazze principali della città, è stato uno straordinario osservatore della vita cittadina nella sua patria d’adozione, ed era amato dai mantovani che trovavano nella bancarella sotto i portici Broletto un dimesso ma profondo uomo di cultura. Di lui, ovviamente alla Bancarella oggi gestita dal suo aiutante, ho acquistato Il primo libro dei bottoni, di cui a breve vi racconterò. 

L’Edicola di via Frattini 4 

Attirata come al solito dalle riviste, nell’edicola ho trovato un altro personaggio cittadino. L’edicolante-filosofo Walter Tojari fa guerra alle fake news. Come? Con la carta, dice. Fermatevi a farci due chiacchiere: vi racconterà che organizza presentazioni di libri e appuntamenti musicali. Oppure fermatevi all’interno ad ammirare le riviste di ogni tipo. Ci sono anche quelle dei femminili anni ’50. perché secondo questo edicolante illuminato “la carta è l’ultimo baluardo contro le innumerevoli bufale che circolano quotidianamente”. 

La biblioteca comunale Teresiana 

La metto qui, da una parte, sola soletta, perché purtroppo l’ho trovata chiusa. Fondata dall’Imperatrice Maria Teresa d’Austria, fu aperta al pubblico il 30 marzo 1780 come Imperial Regia Biblioteca. Dicono che sia molto bella e ancora oggi perfettamente funzionante come biblioteca pubblica.

Gli eventi di Mantova

Il principale, per noi amanti dei libri, è il Festival della Letteratura, che si tiene a settembre. Il 15 agosto, invece, al Santuario delle Grazie di Curtatone (vedi più in basso) circa 150 madonnari si riuniscono sul piazzale del santuario per dare vita a una sfida a colpi di gessetti colorati. Io ci sono passata per caso proprio quel giorno e mi sono divertita a votare i miei preferiti.

Cosa vedere nei dintorni di Mantova 

Sabbioneta 

Sabbioneta è un piccolo comune, con una storia pressoché unica, tanto che è stato inserito nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. In pratica, è un modello di “città ideale”. In origine un semplice borgo fortificato, fu ricostruito da Vespasiano Gonzaga secondo le proporzioni e l’ideale di armonia simboleggiate nel disegno dell’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci. Peccato che poi morto Vespasiano il progetto sia fallito. Per nostra fortuna possiamo ancora ammirarne la pianta, una stella intatta con sei baluardi sulle punte. Alla città ideale si accede da Porta Vittoria, la più antica, e da Porta Imperiale. Da vedere ci sono Il Palazzo Ducale, il Palazzo del Giardino, residenza privata del duca, e il Teatro all’Antica, primo esempio di teatro stabile in Europa. Il teatro rimarrà chiuso fino al 30 settembre 2019, però il biglietto dei due palazzi comprendeva anche la visita della sinagoga.

Solferino 

Ci sono stata di sera, per prendere il fresco come i mantovani, che quando fa molto caldo si spostano in collina. Solferino è un posto che trasuda storia: sulla rocca ebbero luogo gli scontri decisivi della battaglia del giugno 1859: la collina fu aspramente contesa dalle truppe francesi e austriache per la sua posizione strategica. Tanto strategica che la chiamavano “La spia d’Italia”. Se ci andate di giorno, dal tetto potrete ammirare il panorama dall’alto, con la campagna, il Lago di Garda e la torre di San Martino della battaglia. Nella chiesa di San Pietro in Vincoli, invece, sono conservati 1413 teschi e le ossa dei caduti.Il memoriale Nei pressi del parco che circonda la rocca c’è un memoriale che ricorda Henry Dunant, un filantropo svizzero. In cerca di Napoleone per motivi suoi, si ritrova ad aiutare i feriti proprio a Solferino durante le battaglie più cruente. Tornato in Svizzera, pubblica un libro denuncia Un souvenir de Solferino. Da lì nascerà poco dopo la Croce Rossa Internazionale.

Cavriana 

Cavriana è un altro paese collinare, che si trova a poca distanza da Solferino. Ha origini preistoriche e fu abitata dai Romani. Ancora oggi mantiene l’originaria struttura di borgo fortificato dominato dalla torre e fungeva da residenza estiva dei Gonzaga Il castello fu distrutto dagli austriaci alla metà del Settecento e oggi rimangono solo la Torre Medievale e le mura. Una curiosità: durante la Battaglia di Solferino e San Martino del 1859, ospitò nella Villa Siliprandi l’imperatore Francesco Giuseppe alla vigilia dello scontro e l’imperatore vincente Napoleone III la notte successiva.

Curtatone, Santuario delle grazie

Se rimane un po’ di tempo libero prima di ripartire, vi suggerisco una capatina al Santuario delle Grazie di Curtatone. Si trova a circa 8 km dal centro di Mantova, ci arrivate anche in bicicletta o a piedi. Fu costruito tra il 1399 e il 1406 da Francesco I Gonzaga, come voto alla Madonna durante la peste che in quegli anni affliggeva la città. L’interno è spettacolare, anche se da fuori non si direbbe proprio. Nel 1517 frate Francesco da Acquanegra si è inventato un’impalcata lignea che riveste la parte mediana delle pareti con nicchie che ospitano statue in cartapesta, cera e legno, e altri numerosi ex voto. Al centro della chiesa, pende dal soffitto un coccodrillo impagliato. Leggenda vuole che questo edificio sia stato costruito per volere del popolo, che desiderava ringraziare la Madonna di averlo liberato da un coccodrillo divoratore di uomini che infestava le paludi manovane. Nei secoli il santuario è stato arricchito negli arredi e nelle decorazioni, perché a ogni “miracolo” venivano aggiunti ex voto. C’è il condannato a morte che si è salvato perché si è rotta la corda, pardon, la Madonna ha tagliato la corda;  un guerriero vicino al suo cannone che si è salvato dalla morte; il condannato a essere buttato in un pozzo, poi graziato, eccetera. Pensate, solo nel corso di un restauro recente ci si è accorti che le stoffe dei manichini sono vere e non di cartapesta o altro materiale. Il santuario custodiva anche il più importante nucleo di armature italiane, databili tra i secoli XV e XVI, scoperte negli anni ’20 e oggi conservate nel Museo Diocesano di Mantova.

Cosa mangiare a Mantova

C’è l’imbarazzo della scelta. Io ho provato i tortelli di zucca, speciali perché nel ripieno c’è l’amaretto; il salame mantovano e la pancetta, accompagnati dallo gnocco fritto; i capunsei, un primo speciale pur essendo semplicissimo pangrattato in brodo (questo ve lo farò presto); il panino col cotechino come street food, che però sarò stata sfortunata ma non mi è piaciuto granché; sui dolci mi sono dedicata un bel tris: torta Elvezia, Sbrisolona e Torta delle Rose, accompagnate da un bel Lambrusco mantovano frizzante. Altre specialità del posto sono i bigoli o polenta con luccio, gli agnolini di pasta all’uovo, il risotto alla pilota con salamella di maiale o quello col puntèl con salamella, costine o braciola di maiale, lo stracotto d’asino, il luccio in salsa verde, la peperonata. Come dolci, oltre a quelli che ho provato, ci sono la torta di tagliatelle, fatta con le tagliatelle avanzate, l’Anello di Monaco, dolce natalizio simile panettone con un buco al centro, lo zabaione, la torta greca e la bignolata, torta fatta con bignè allo zabaione, cioccolato e panna. 

Come arrivare a Mantova

Treno: Mantova è raggiungibile da Verona, Modena e Milano. La stazione dista pochi minuti a piedi dal centro storico.

Aereo: l’aeroporto più vicino è quello di Verona. Altri aeroporti: Montichiari, Parma, Bologna e Orio al Serio.

Autobus: Flixbus, check point Strada Cipata

Auto:  autostrada A22 Modena-Brennero, A4 Milano – Venezia, uscite di Desenzano, Sirmione, Peschiera e Verona Sud, Autostrada del Sole A1, uscite di Parma Est e Reggio Emilia.

Camper (area sosta): Area Sparafucile – Via Legnago 1/A e Località Grazie di Curtatone – Parco Paganini via Fiera, 11.

Bicicletta: Ciclopista del Sole (Eurovelo 7) e la Ciclovia Tirrenica (Bicitalia 16).

www.turismo.mantova.it

 

Leonardo da Vinci in mostra a Roma

Apre oggi alle Scuderie del Quirinale di Roma la mostra Leonardo Da Vinci. La scienza prima della scienza, che ho visitato ieri in anteprima e che mostra Leonardo nella sua dimensione ingegneristica e umanistica. Niente dipinti, quindi, bensì una bella panoramica dell’opera di Leonardo sul fronte tecnologico e scientifico. Ora vi racconto perché è da vedere assolutamente se siete nei paraggi. 

La mostra

La mostra, organizzata dalle Scuderie del Quirinale con il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano e insieme alla Veneranda Biblioteca Ambrosiana, celebra il genio di Leonardo a 500 anni dalla sua morte. Dalla formazione toscana, al soggiorno milanese, fino al tardo periodo romano, la mostra ripercorre l’opera di Leonardo sul fronte tecnologico e scientifico e traccia le connessioni culturali con i suoi contemporanei, per offrire una visione finalmente ampia di questa grande figura, spesso presentata come genio isolato.

Il percorso

alianteIl percorso si articola in dieci sezioni, ognuna della quali ruota attorno a dieci disegni del Codice Atlantico di Leonardo, custodito nella Biblioteca Ambrosiana di Milano. Le opere di Leonardo vengono messe a confronto sia con i modelli storici della collezione del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, sia con i manoscritti di artisti e ingegneri del rinascimento. Sarà possibile ammirare un monumentale modello in gesso del Pantheon, i grandi portelli originali della chiusa di San Marco del Naviglio, i prototipi di aliante con cui Leonardo sognava che l’uomo riuscisse a volare e le macchine per la tessitura.

Leonardo: genio sì, ma non isolato

Al contrario, le sezioni della mostra rendono evidente non solo che Leonardo possedesse un approccio scientifico che applicava su più fronti, ma anche che i suoi interessi fossero strettamente connessi con il pensiero tecnico e umanistico dell’epoca. Seguendo il percorso, infatti, è possibile apprezzare Leonardo nella sua eccezionale abilità artistica e soprattutto nelle sue competenze ingegneristiche e umanistiche. Non era uno scienziato in senso stretto, ma del ricercatore e dell’uomo di scienza possedeva certamente l’approccio, di osservazione, misurazione e verifica, che lo avvicinano enormemente agli uomini di scienza che arriveranno dopo di lui.

La biblioteca di Leonardo

codiceInutile dirvi che la mia sezione preferita è quella dedicata alla biblioteca di Leonardo, che incredibilmente definiva se stesso “omo sanza lettere” per la sua formazione pratica. In realtà, la sua collezione di oltre 150 volumi, che per l’epoca era un numero ragguardevole, dimostra esattamente il contrario. Pensate che Leonardo non conosceva il latino e iniziò quindi a leggere testi in volgare come la Commedia di Dante o le traduzioni di classici di Ovidio e Plinio. Rendendosi presto conto che latino e matematica erano indispensabili per poter approfondire i suoi studi teorici, compì un faticoso processo di formazione studiandoli a Milano. Purtroppo la sua collezione è andata dispersa, con un’unica eccezione: il celebre Manoscritto Laurenziano, una copia del Trattato di architettura dell’ingegnere-artista Francesco di Giorgio Martini. Prestato dalla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze,  è l’unico volume appartenuto con certezza alla biblioteca di Leonardo perché arricchito di numerose annotazioni di suo pugno.  Eccezionalmente in prestito dalla Bibliothèque di Ginevra, inoltre, uno dei due manoscritti del De Divina Proportione di Fra’ Luca Pacioli. Quest’ultimo è un famoso trattato di matematica realizzato per il duca Ludovico il Moro nel 1498 e illustrato da sessanta solidi basati sui disegni preparatori eseguiti da Leonardo. Ci sono poi altre chicche per noi bibliofili, come la copia del Leggendario Sforza Savoia. Il manoscritto, prestato dalla Biblioteca Reale di Torino, è considerato la summa della miniatura del Quattrocento. Segue poi una serie di testi e autori che Leonardo avrebbe potuto avere nella sua biblioteca. La ricostruzione della sua biblioteca è interessante perché ci permette di toccare con mano non solo la poliedricità dei suoi interessi, ma anche la vera essenza del suo genio: teoria e pratica che si fondono fino a rendere l’una e l’altra utili al progresso dell’umanità.

Informazioni utili

Le Scuderie del Quirinale si trovano a Roma, in via XXIV Maggio numero 16 e sono accessibili alle persone con ridotta o impedita capacità motoria o sensoriale. La mostra resterà aperta fino al 30 giugno 2019, da domenica a giovedì dalle 10.00 alle 20.00, venerdì e sabato dalle 10.00 alle 22.30. L’ingresso è consentito fino a un’ora prima dell’orario di chiusura. Tutti i biglietti includono l’audioguida in italiano e inglese.

Per altre informazioni: www.scuderiequirinale.it

tessitura

 

La Rimini che non ti aspetti

Mare organizzato, sole, spiagge, movida. Questa è Rimini d’estate e più o meno tutti la viviamo o l’abbiamo vissuta così. In altre stagioni, invece? Continua con tappa Romagna il mio viaggio nel mare d’inverno, che il pensiero non considera e che invece dovrebbe. Vediamo insieme perché.

Cosa fare a Rimini d’inverno

Piazza Cavour 

Purtroppo la mia è stata una sosta lampo di una giornata, però ho tentato di sfruttarla fino in fondo, complice anche un sole primaverile piacevolissimo. Sono uscita dalla stazione dei treni e mi sono diretta verso piazza Cavour. Nel medioevo era il centro della vita cittadina, ospitava tra l’altro il mercato, e ancora oggi offre un colpo d’occhio notevole. Su un lato della piazza si affacciano bar e negozi, sull’altro sono allineati il Palazzo dell’Arengo, il Palazzo del Podestà e il Teatro Galli. Al centro, spicca l’antica fontana pubblica “della Pigna”. Il teatro Galli è stato protagonista di una vicenda travagliata: distrutto durante la seconda guerra mondiale da un bombardamento, è stato inaugurato a ottobre dell’anno scorso. Nel tempo, è stato prima parzialmente demolito e poi è stata tentata diverse volte una ricostruzione, finalmente cominciata nel 2014.

Castel Sismondo

Alle spalle del teatro, si trova piazza Malatesta. Qui svetta Castel Sismondo, che prende il proprio nome dal suo ideatore e costruttore, Sigismondo Pandolfo Malatesta, a quell’epoca signore di Rimini e Fano. Oggi possiamo ammirare solo il nucleo centrale del castello, che era originariamente (1437) una residenza-fortezza difesa da un ulteriore giro di mura e da un fossato. Se avete tempo, su via Sigismondo, alla sinistra del Teatro Galli, potrete visitare la Chiesa di Sant’Agostino e gli affreschi della scuola riminese del ‘300.

Il Ponte di Tiberio

Avendo poco spazio, ho saltato la chiesa di Sant’Agostino per andare subito verso il Ponte di Tiberio. Non c’è niente da fare, sono come gli inglesi. Tra me e gli antichi romani c’è un feeling particolare. Il ponte è meraviglioso, uno dei più notevoli ponti romani superstiti. Rivestito in pietra d’Istria, a cinque arcate, in stile dorico, lungo 70 metri, è ancora oggi perfettamente funzionante. L’imponente ponte fu iniziato per decreto dell’Imperatore Augusto nel 14 d.C. e terminato nel 21 d.C. dal suo successore Tiberio. Come tutte le opere di questo geniale popolo, è ingegneristicamente all’avanguardia ed esteticamente armonico. Peccato solo che non sia esclusivamente pedonale, perché è la via che collega Borgo San Giuliano e Rimini.

Borgo di San Giuliano

Atttraversato il ponte, mi sono ritrovata nel vecchio quartiere dei pescatori riminesi, Borgo di San Giuliano. E’ il più antico dei borghi della città di Rimini: la sua storia si rintraccia già nel XI secolo, quando era un quartiere popolare fatto di vicoli e casette basse, abitato da gente di mare. Oggi è un luogo vivace e ricco di attività e locali caratteristici, un intrico di stradine e piazzette colorate e pittoresche. Anche Federico Fellini era tra i più grandi ammiratori del borgo,  in cui decorazioni e murales ritraggono alcune delle scene più belle dei film e della vita di Fellini.

Altri monumenti

Mi limito a citarli perché purtroppo, o per fortuna, ho terminato la mia giornata a Rimini con una sosta al porto senza fare nulla se non prendere il sole. In ogni caso, l’itinerario alla scoperta dei segni della romanità dal Ponte di Tiberio con la nuova piazza sull’acqua continua con l’Arco d’Augusto, il più antico tra gli archi romani ancora esistenti e fonte d’ispirazione per l’architettura rinascimentale, e il Tempio Malatestiano, capolavoro del Rinascimento italiano. Imperdibile, poi, una visita alla Domus del Chirurgo, il complesso archeologico che ha conquistato fama internazionale per l’eccezionale corredo chirurgico-farmaceutico, il più ricco mai giunto dall’antichità, in mostra nell’adiacente Museo della Città insieme a opere della scuola riminese del Trecento.

Gli eventi di Rimini 

Vi ho già detto del nuovo teatro Galli www.teatrogalli.it, cui si aggiungono la Sagra Musicale Malatestiana, la stagione di prosa, la mostra Giardini d’Autore…insomma, ce n’è per tutti i gusti.

Cosa mangiare a Rimini 

Se dici Romagna la vera piada riminese, a cui si eventualmente se avete più giorni potete aggiungere escursioni in quella che un tempo era la Signoria dei Malatesta e dei Montefeltro tra rocche e castelli. Io mi sono fermata dalla Lella, ma sono sicura che in ogni locale di Rimini siano le più buone che uno possa mangiare. A parte quelle fatte da me, ovviamente. 🙂 🙂 🙂 Tornando alle cose serie, il cuore della movida riminese invernale è nel centro storico, e in particolare dietro la Vecchia Pescheria, con le sue cantinette, che per un aperitivo e uno spuntino è perfetta, o al Borgo San Giuliano con  i suoi locali e osterie.

Ulteriori suggerimenti 

Se siete più sfortunati di me e capitate a Rimini in un giorno di pioggia, potete rilassarvi con un bel tuffo alle terme, rigenerandovi nella spa e nella piscina termale con vasca biomarina e vista sul mare d’inverno. Oppure, potete optare per i parchi divertimento. Italia in miniatura, Fiabilandia, Oltremare e l’Acquario di Cattolica, però, non sono aperti tutto l’anno, quindi controllate prima sui rispettivi siti.

Come arrivare a Rimini

Partono dalla stazione di Bologna, Bari e Ravenna i treni regionali per arrivare a Rimini Centro, che si trova a pochi passi dal centro storico e dal mare.  La stazione di Rimini Fiera, invece, si trova sulla linea Milano – Bari, e permette ai visitatori, in coincidenza con le manifestazioni fieristiche, di arrivare direttamente davanti all’ingresso principale della Fiera.

www.riminiturismo.it

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Le amiche del venerdì sera – Kate Jacobs

Siamo a metà settimana e venerdì sembra ancora lontano. Mi sono tornate in mente le ragazze che ho visto lavorare la lana nella metropolitana di New York. Allora, niente di meglio che parlare di un romanzo che ha questo giorno nel titolo e un negozio di lana come ambientazione. Quattro chiacchiere con le amiche, un caffè e qualche biscotto: un sogno, vero? La vita della protagonista, però, è tutt’altro che un sogno…

Trama

Tutto è nato un po’ per caso: qualche cliente ritardataria che si trattiene oltre l’orario di chiusura, un paio di consigli sull’arte della maglia che diventano quattro chiacchiere e un caffè. Ed ecco il Club del Venerdì. L’appuntamento è da “Walker & Figlia”, un negozio di filati a Manhattan. Lei è Georgia: mamma single, trentacinque anni o poco più. A ingarbugliarle l’esistenza, il suo ex con un improvviso istinto paterno. E l’ex amica del cuore, che vorrebbe rimediare agli errori del passato. Per fortuna c’è il Club, capace di superare differenze di gusti ed età, riunendo donne in carriera e femministe, signore mature e teenager intraprendenti. Ben presto, le lezioni sul diritto e sul rovescio lasciano spazio a segreti e confidenze, e quelle che erano semplici clienti si trasformano in amiche. Unite da un legame che saprà resistere anche quando sarà la vita a girare a rovescio.

Via lo stress con calze e gomitoli

Sarebbe bello sapere che un negozio così esiste davvero. Un luogo dove la saracinesca non si abbassa all’ora di chiusura e che grazie a ferri e gomitoli di lana ti permette di sfogare le frustazioni della settimana e di iniziare il weekend con allegria, o quantomeno più serenità. Questo è il bozzolo che Georgia e sua figlia hanno saputo creare intorno a un manipolo di clienti molto differenti per cultura ed esperienze di vita, accumunate dal sacro amore per il lavoro a maglia. Non crediate che siano anziane: non lo è Georgia e non lo sono le altre, come la copertina lascia giustamente intuire. D’altra parte, in questi giorni ho visto così tante ragazze sferruzzare nella metropolitana di New York, che ho capito quanta presa abbia ancora, per fortuna, il lavoro manuale. Niente di meglio per scaricare la tensione, soprattutto se come la protagonista sei una ragazza madre che si è fatta da sé.

Un romanzo che procede prima lentamente e poi via via sempre più spedito verso un finale che, francamente, fatico a capire. Come già sapete, ogni romanzo per me deve essere autoconclusivo, anche se ci sono dei seguiti. Questo lo è in parte, perché chiaramente lascia i lettori senza un lieto fine che sappiamo già prima o poi ci dovrà pur essere. Per questo motivo, non ho letto il secondo romanzo e ho lasciato alla mia immaginazione il finale della storia. Ciò non toglie che il libro si lasci leggere con piacevolezza, almeno fino a tre quarti.

Una vacanza da sogno? A La Thuile, in Valle D’Aosta

Scommetto che siete appena tornati dalle vacanze e vi sentite ancora come qualche giorno fa: sotto il sole, su una sdraio, ascoltando pigramente le onde del mare che s’infrangono a riva. Poetico, eh? Oppure siete ridotti come me, avete sofferto il caldo di un’estate in città? Sia come sia, oggi per vendicarmi voglio parlarvi di freddo, neve e un luogo incantato. Vi racconto di un viaggio meraviglioso a La Thuile, in Valle d’Aosta. Anche perché La Thuile ha un unico, piccolo ma non trascurabile difetto: per trovare posto a prezzi umani bisogna muoversi per tempo.

Perché La Thuile

IMG_6756Bramavo La Thuile fin dall’anno scorso, per un semplice motivo. Ho chiesto a un gruppo di montanari (veri) di indicarmi una località con le seguenti caratteristiche: bella ed elegante, ospitale, facilmente raggiungibile anche solo con il trasporto pubblico perché sono una sostenitrice della mobilità sostenibile, dotata di piste di buon livello e di divertimenti anche per i non puristi dello sci. Obiettivo: 3-4 giorni di vacanza in un posto dove si respiri aria vera di montagna.

La risposta dei montanari consultati è stata univoca: La Thuile, Valle d’Aosta. E La Thuile sia. Di seguito vi darò qualche dritta su dove dormire, cosa fare, dove mangiare e come arrivare a La Thuile e dintorni. Come sempre, se avete altri suggerimenti o domande, scrivetemi nei commenti e cercherò di aiutarvi.

Dove dormire a La Thuile?

Cosa faccio nella vita? Scrivo. E cosa faccio quando non scrivo? Leggo. Dove avrei potuto alloggiare se non in una locanda letteraria? Il primo impatto con La Thuile è stato fiabesco. Sono entrata nella Locanda Collomb e mi è sembrato di essere finita in quella di Lorelai Gilmore, delle Gilmore Girls. Ve la ricordate? La locanda, che si trova in una delle strade laterali del paese, a pochissima distanza dalla stazione dei pullman, è in realtà un piccolo albergo a conduzione familiare, gestito con la libertà tipica del bed & breakfast. Il motivo per cui l’ho scelta, però, non è né la colazione pantagruelica, seppur apprezzabile, né la piccola sauna esterna in cui rilassarsi la sera. No, quello che mi ha convinto è la quantità smisurata di libri che ho trovato. Purtroppo, rimanendo pochi giorni non ho potuto sfruttare a dovere la stanza della lettura, ma ho fatto comunque in tempo a finire il romanzo che ho trovato lì dentro, A sud del confine, a ovest del sole di Murakami Haruki, di cui vi ho parlato qualche tempo fa. Spuntava da una pila e sembrava proprio che mi stesse aspettando.

In generale, la maggior parte delle sistemazioni di La Thuile sono in case vacanze, ma se preferite ci sono alberghi di diversa taglia e prezzo tra cui scegliere.

Cosa fare a La Thuile?

Sciare

Innanzitutto sciare, sulle piste o sull’anello di sci di fondo. Anche se gli autoctoni preferiscono fare sci di fondo direttamente in montagna, secondo me non è prudente avventurarsi se non si conoscono bene i percorsi. Motivo per cui me ne sono rimasta buona buona negli anelli, anche perché ho avuto bisogno di una lezione per assimilare i fondamentali e ho preso un’insegnante. In paese, nella zona della Piana di Arly, partono 3 anelli di fondo di varie lunghezze, ai quali si accede gratuitamente. I tre percorsi sono da 1, 3 e 7 kilometri. La tecnica di sci di fondo è più semplice rispetto a quella di discesa, però non ditelo al mio fondoschiena e al mio braccio destro, che sono rimasti doloranti per un bel po’ di giorni. Che volete farci, la forza di gravità mi ha attratto irresistibilmente verso terra piuttosto spesso!

Le piste 

IMG_6757Se amate le piste da sci, invece, avete solo l’imbarazzo della scelta. L’Espace San Bernardo è un vasto comprensorio internazionale che, da oltre 30 anni, unisce La Thuile e La Rosière. Italia e Francia. Cioè oltre 150 chilometri di piste e per godervele appieno (attenzione: non per farle tutte, per godervele) ci vogliono almeno tre giorni. Gli impianti sono efficienti e moderni, inoltre i panorami che offrono il ghiacciaio del Ruitor e il Monte Bianco da una parte e la vallata di Albertville dall’altra vi costringeranno a inevitabili soste per scattare foto. A Chaz Dura, punto più alto dalla parte di La Thuile, ho tolto gli sci per arrampicarmi su una piccola cima proprio vicino all’arrivo della seggiovia. Non faticherete a individuarla: vi chiama e vi dice: “Vieni qui su, che il panorama è ancora meglio”. E’ vero. Sono pochi passi, anche se un po’ faticosi. Se non siete così temerari c’è sempre il Belvedere, a 2641 metri, proprio all’altezza (in tutti i sensi…) del confine, con apposito balconcino per scattare le fotografie. Per quanto riguarda le piste, c’è di tutto e per tutti. Meglio la parte francese per chi è alle prime armi (non mancano gli snow park per bambini), ma attenzione: anche i più esperti possono trovare pane per i loro denti nello stadio da slalom. A tutti consiglio di spingervi fino alla partenza della seggiovia “Ecudets”, basta seguire i cartelli. Non tutti ci arrivano perché è il punto più basso (si scende fino a 1100 metri) e più lontano da La Thuile, ma è una pista fantastica, che si può fare da due lati, uno più facile e uno più impegnativo, in mezzo ad abeti innevati che, soprattutto quando risalirete, vi faranno sentire a Natale anche se non lo è. Tante “rosse” non molto ripide ma lunghe e strette sul versante italiano, in totale 13 piste nere tra cui la mitica Franco Berthod, la numero 3, usata per la Coppa del Mondo. Per esperti, direi. Ma l’esperto si diverte tantissimo. Curve strette e obbligate nella prima parte, sempre più ripida fino al primo muro, dove si raggiunge la pendenza del 73%. Poi il pendio diventa più dolce, ma la pista più stretta, per arrivare al secondo muro, non meno impegnativo del primo: siamo al 65% di pendenza e prima di affrontarlo è meglio fermarsi per riprendere fiato, perché la parte finale, dove si è un po’ più stanchi, merita il massimo dell’attenzione. Se ce la mettete, però, vi divertite tantissimo tra curve obbligate, dossi e, per i più coraggiosi, anche qualche saltino per arrivare fino alla base della cabinovia. E poi, naturalmente, ricominciare. Perché il bello di questa pista è che la finisci esausto ma vuoi subito farne un’altra. Sì, rischia di diventare una droga.

Salire sullo Skyway

Il terzo giorno, stanca di sciare, mi sono alzata e ho visto un sole splendente già di prima mattina. Il tempo di vestirmi ed ero sull’autobus per Courmayer. Direzione: Skyway. Ve lo dico subito: costa, ma vale tutti gli euro che spenderete. L’unica accortezza è quella di salire quando c’è una giornata di sole pieno, altrimenti in cima la nebbia non vi permetterà di vedere nulla. Mentre va su, la cabina gira di 360°, quindi non c’è neanche bisogno di muoversi per gustare in tutta la sua magnificenza il panorama verso valle e quello della parete rocciosa del Monte Bianco. In più, gli ooohhh degli altri passeggeri vi avviseranno in caso di avvistamento di uno stambecco o di altri animali che si affacciano a guardare quella cosa curiosa che sale e gira continuamente.

La cabina fa una prima sosta intermedia a Pavillon du Mont Fréty (2.200 m), comoda per chi ha bisogno o voglia di acclimatarsi, mentre una seconda stazione porta invece a Punta Helbronner (3.466 m). Io ho optato per la salita diretta in cima, senza soste intermedie: la curiosità era davvero troppa.

IMG_6778“Sbarcata” dalla funivia, siamo saliti tutti utilizzando una rampa di scale, ci siamo scambiati un in bocca al lupo tra coraggiosi e poi via! Un’altra rampa di scale e finalmente sul tetto del mondo. Beh, forse proprio sul tetto del mondo non ero, però vi assicuro che la vista da lassù è davvero spettacolare. Soprattutto se andate preparati, cioè coperti fino alla fronte, limiterete i danni da congelamento alla sola mano sguainata in favore di macchina fotografica o cellulare. Finite le avvertenze, dicevo, il panorama è qualcosa di unico. Innanzitutto, dalla terrazza panoramica a 360° ho potuto vedere il Monte Bianco, il Cervino, il Monte Rosa e il Gran Paradiso, senza contare che l’aria rarefatta e il gelano creano un mix quasi estatico…per un quarto d’ora, dopodiché l’estasi inizia pericolosamente a somigliare al torpore. Magari, a quel punto, è meglio rientrare per poi riaffacciarsi dopo qualche minuto di scongelamento, anche perché li ignorano quasi tutti ma nella sala interna è possibile osservare i minerali esposti e fare qualche foto scenografica sfruttando la pavimentazione trasparente.

La tappa intermedia 

La tappa intermedia, che io ho fatto al ritorno, è forse migliore. Infatti, se in alto l’unica possibilità di movimento consiste nel girare a 360° su una terrazza, al “1° piano” ci si può anche avventurare sulla neve. A questo punto, ci sono diverse opzioni: scendere a valle con gli sci sui fuoripista della Vallée Blanche, del Ghiacciaio del Toula, dei Marbrées. O dei boschi del Pavillon, ovviamente consigliati solo ai più esperti, passeggiare lentamente scattando foto (eccomi!), oppure spingersi fino al Rifugio Torino (http://www.rifugiotorino.com/ ), dove tra l’altro mi hanno detto che si mangia molto bene.

Io ho optato per la soluzione soft, una passeggiata tranquilla, anche perché, e stentavo io stessa a crederlo, la giornata vola via in un lampo, anche se apparentemente le cose da fare non sono molte. Lo spettacolo della natura, però, richiede tempo, quindi mi raccomando, concedetevi il tempo per gustarvi l’esperienza con calma.

Tornata alla base, ho scoperto per caso che il bar all’entrata del complesso partecipa al bookcrossing internazionale. Dopo un rapido esame dei libri a disposizione, ho scelto e portato via Olive Kitteridge, che ora dovrebbe trovarsi in un’osteria di Treviso, se v’interessa (altro viaggio che devo raccontarvi), da cui ho portato via Il ricco e il giusto di Helen Van Slyke.

Rilassarsi alle Terme di Pre Saint Didier

Sulla via del ritorno, mi sarebbe tanto piaciuto fermarmi alle famose terme di Pre Saint Didier, che si trovano proprio a metà strada tra Courmayeur e La Thuile, e che sono rinomate per le piscine di lusso e all’aperto, con la montagna che si staglia davanti. Uno scenario suggestivo. Almeno credo, perché purtroppo ahimè sono sempre prenotate. Mi hanno dato appuntamento alle 19, a tramonto finito ma sarei comunque entrata. Peccato che l’ultima navetta per La Thuile passasse alle 20:40. Troppo poco, per una che è tornata a Budapest quasi esclusivamente per le terme. Beh, non proprio, però avete capito il concetto.

Dove mangiare a La Thuile?

Qui il capitolo si fa interessante. Ve lo dico, ,c’è solo l’imbarazzo della scelta. Prima di tutto, è mio dovere informarvi che La Thuile è stata dichiarata Città del Cioccolato nel 2009. Dopo una giornata sulle piste, non c’è niente di meglio di una cioccolata con panna per riscaldarsi e confortarsi. Se volete andare oltre e farvi davvero male con un dolce ultra calorico, come ho fatto io non c’è neanche da dirlo, vi suggerisco una vera e propria bomba, in tutti sensi.

La Tometta

IMG_6752La Tometta è stata inventata da Stefano Collomb, un pasticcere di La Thuile che ha deciso di far ingrassare felicemente tutte le donne che varcano la soglia della sua pasticceria, la Pasticceria Cioccolateria Chocolat (ricordate il film Chocolat? Forse un nome ormai inflazionato, ma rende perfettamente l’idea). Prende il nome dalla forma, che ricorda quella dell’omonimo formaggio d’alpe, ed è un enorme cioccolatino di 350 grammi, a base di cioccolato al latte, gianduja e nocciole del Piemonte IGP, che provoca la pace dei sensi al primo morso. Giuro che non sto esagerando e se non ci credere assaggiatela pure voi.

Se, invece, preferite una cena tradizionale, ho il posto giusto per una serata indimenticabile.

Il rifugio Lo Riondet

In inverno, il rifugio Lo Riondet è raggiungibile solo con i gatti della neve messi a disposizione dai gestori, che scendono a prendere i clienti a un orario concordato nei pressi della chiesetta del paese fantasma di Pont Serrand. Dico paese fantasma, anche se non lo è, perché è abitato quasi solo d’estate, mentre d’inverno rimane fuori anche dalle rotte della navetta, che effettua l’ultima fermata a La Thuile, più in basso. Peccato, perché raggiungerlo senza macchina diventa estremamente difficile, visto che anche i taxi sono un miraggio. Noi, indomiti camminatori, non abbiamo voluto rinunciare nonostante gli impedimenti, e ci siamo avviati…a piedi! sui tornanti sprovvisti di marciapiede, con un vento gelido che tirava giù la neve dal ciglio della strada. Non vi consiglio di seguire il nostro esempio, ma di cercare per tempo un passaggio. Da queste parti, l’autostop è pratica ancora comune e usata regolarmente (sempre con le dovute cautele).

IMG_6764Comunque, in qualche modo siamo arrivati al luogo dell’appuntamento, e finalmente in salvo, siamo saliti sul gatto. L’esperienza è divertente: il gatto è chiuso e munito di telecamere, così abbiamo potuto sempre vedere dove stavamo andando, sempre ovviamente tenendo in considerazione il buio e la neve. All’arrivo, siamo stati accolti da un piccolo aperitivo e un gradito vin brulé e poi subito dentro, perché oggettivamente faceva un freddo cane. Dentro, abbiamo trovato sale accoglienti e un’atmosfera calda (in fase di prenotazione, vi raccomando di chiedere un tavolo lontano dalle finestre, soprattutto se la temperatura è rigida). Complice anche il vino, la sensazione di trovarsi fuori dal mondo per una sera favorisce la convivialità e gli scoppi di risa iniziano subito e mettono allegria.

Il menù è abbondante, con 65 euro a persona, escluse bevande, avrete una panoramica eccellente dei piatti valdostani. Impossibile elencarvi tutto quello che ho assaggiato. Cito solo la Raclette Savoyarde, vi arriva in tavola una mezza forma che viene scaldata e che con una spatola il cliente stesso mette nel piatto, Il costato di maialetto arrosto alla senape, davvero notevole, e il caffè alla valdostana, che viene servito nella tipica Grolla valdostana, o coppa dell’amicizia. Ho mangiato da scoppiare e quindi purtroppo per me ho dovuto saltarlo, però il rito del caffè è divertente: i commensali bevono dalla coppa a giro utilizzando le bocchette di cui è dotata e passandola al vicino di posto, girandola leggermente in modo che il convitato accanto abbia davanti la bocchetta da cui bere. Se nessuno appoggia la Grolla sul tavolo prima di bere, e prima che il caffè sia finito, significa che tra loro va tutto bene. Meglio, dunque, non metterla in tavola con i parenti serpenti!

Come arrivare a La Thuile?

In automobile: entrando in Valle d’Aosta a Pont-Saint-Martin, si percorre l’autostrada A5, che attraversa la regione da est a ovest e si esce dall’autostrada a Morgex, imboccando la S.S. 26, seguendo le indicazioni per La Thuile.

In treno: la stazione ferroviaria più vicina è Aosta e il collegamento con La Thuile è garantito da un servizio di pullman di linea. Oppure potete optare per la stazione di Torino, più lontana ma servita da diverse compagnie ferroviarie e da pullman.

Souvenir di La Thuile 

Prima di andare via, ho scelto proprio la coppa dell’amicizia come souvenir. Campeggia trionfale nel mio salotto, a futura memoria di una vacanza splendida e dell’importanza dell’amicizia nella vita.

Vi aspetto al prossimo viaggio. A proposito di terme, chi non vorrebbe trovarsi a Budapest per un weekend autunnale? Nei prossimi giorni su Penna e Calamaro, il racconto di Un caffè letterario a Budapest.

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