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Sai tutto su Jane Austen? Partiamo dalla biografia

IMG_5975E’ una delle autrici più famose, celebrata in tutto il mondo per la sua capacità di narrare scene di vita quotidiana rendendole universali. Sto parlando di Jane Austen, la scrittrice più amata dagli appassionati del periodo Regency. E’ talmente conosciuta che siamo tutti convinti di conoscerla alla perfezione. Ma è proprio vero? Dopo il mio viaggio letterario Sulle tracce delle grandi scrittrici ho perso le mie certezze. Ora vorrei mettervi alla prova: partiamo dalla biografia per arrivare alle curiosità e vediamo se anche voi perderete le vostre. Se non sarà così: complimenti! Siete dei veri Jane Austen’s  addicted!

La famiglia

Jane Austen nacque il 16 dicembre del 1775 a Steventon, Hampshire, un piccolo villaggio nel sud-est dell’Inghilterra. Figlia del pastore anglicano George Austen e di Cassandra Leigh, era la penultima di otto figli, sei maschi e due femmine (James, George, Edward, Henry Thomas, Francis William Frank, Charles John, Jane e Cassandra Elizabeth).

Gli studi

Jane crebbe in un ambiente vivace e culturalmente stimolante e all’inizio il padre si occupò personalmente della sua educazione. Nel 1783, Jane e la sorella Cassandra si trasferirono prima a Oxford e poi a Southampton per studiare Dal 1785 al 1786 le due sorelle frequentarono la Abbey School di Reading.

I primi lavori

Tra il 1787 e il 1793 Jane Austen scrisse i suoi Juvenilia, tre raccolte, dai toni umoristici o gotici, di racconti, poesie, bozze di romanzi e parodie che emulavano la letteratura dell’epoca e che erano scritti per divertire la ristretta cerchia di conoscenti.

L’amore

Nel dicembre del 1795 Austen conobbe il suo primo amore, Thomas Langlois Lefroy, ma la famiglia del ragazzo riteneva la figlia del reverendo inadeguata socialmente per il figlio, rendendo impossibile il matrimonio tra i due. Si fidanzò ufficialmente una sola volta, con l’amico di famiglia Harry Bigg-Wither, ma dodici ore dopo ritirò la sua parola, perché durante la notte si era accorta di non essere innamorata di lui.

I romanzi più famosi

IMG_5974Tra il 1795 e il 1799 iniziò a scrivere i suoi lavori più famosi: Prime impressioni, prima bozza di Orgoglio e pregiudizio, ed Elinor e Marianne, che divenne Ragione e sentimento. Nel 1795 lavorò anche a un racconto epistolare, Lady Susan. Successivamente, iniziò la stesura di un nuovo romanzo, inizialmente intitolato Susan per poi diventare L’abbazia di Northanger, satira del romanzo gotico di moda a quei tempi. Venduto nel 1803 per 10 sterline da Henry Austen a un editore, Benjamin Crosby, non fu pubblicato finché gli Austen non ne riacquistarono i diritti nel 1816.

Bath e Southampton

IMG_5976Nel dicembre del 1800 il padre di Jane andò in pensione e decise di trasferirsi a Bath. Durante la permanenza in città, lei scrisse I Watson, rimasto incompleto, e lavorò ad alcune modifiche di Susan. Quando il padre morì improvvisamente nel 1805, lasciò moglie e figlie in precarie condizioni economiche, anche se i fratelli non fecero mai mancare il loro aiuto. Nel 1806 le tre donne si trasferirono a Southampton, dal fratello Frank, e successivamente, nel 1809, a Chawton, un piccolo villaggio dell’Hampshire a pochi chilometri dal loro luogo di origine, dove il fratello Edward mise a loro disposizione un cottage di sua proprietà.

Orgoglio e pregiudizio, Mansfield Park, Emma

L’editore Egerton pubblicò, nel gennaio del 1813, Orgoglio e pregiudizio, ultima revisione di Prime impressioni. Il romanzo fu accolto immediatamente molto bene e già nell’ottobre dello stesso anno ne fu stampata una seconda edizione. Nel 1812 iniziò la stesura di Mansfield Park, terminato e pubblicato nel 1814, ne furono vendute tutte le copie in sei mesi. Sempre nel 1814 iniziò la stesura di Emma, concluso nel 1815 e pubblicato nel dicembre dello stesso anno da John Murray, noto editore di Londra. Emma fu l’ultimo romanzo di Jane Austen pubblicato in vita. Infatti il suo ultimo e più maturo romanzo, Persuasione (che scrisse nel 1815), fu pubblicato postumo nel dicembre del 1817 insieme a L’abbazia di Northanger.

La malattia

20170822_110615Nel 1816 Jane si ammalò gravemente. Nel tentativo estremo di salvarla, Cassandra la portò a Winchester, dove operava un luminare dell’epoca, ma la malattia era troppo avanzata e Jane morì il 18 luglio 1817. Fu sepolta nella cattedrale che amava tanto, al termine di un funerale a cui presenziarono pochissime persone. Negli ultimi mesi di vita aveva iniziato a scrivere Sanditon, una satira sul progresso e sulle sue conseguenze, rimasto incompiuto a causa dell’aggravarsi della sua malattia.

QUIZ libroso

Questa biografia contiene fatti che tutti più o meno conoscono. Ma sai proprio tutto tutto tutto su Jane? Nel prossimo post ti metterò alla prova con 15 curiosità che forse non conoscevi su Jane Austen. Pronto a metterti alla prova?

Leggi anche:

Il  mio viaggio letterario Sulle tracce delle grandi scrittrici 

Persuasione

L’Abbazia di Northanger

Orgoglio e pregiudizio? Prova l’audiolibro

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Il viaggio letterario si ferma a Winchester/Camelot, davanti alla tavola rotonda

Ed eccomi giunta alla penultima tappa di questo fantasmagorico viaggio letterario Sulle tracce delle grandi scrittrici. Lasciamo Salisbury al rintocco dell’orologio più antico del mondo e ci spostiamo a Winchester, altra meta centrale nella storia britannica. Dal Wiltshire all’Hampshire. Dalla città in campagna all’ex capitale d’Inghilterra fino al 1066, quando Guglielmo il Conquistatore, sempre lui, decise di spostarla a Londra. Ci sono almeno tre motivi per visitarla: la cattedrale, una delle più antiche del Regno Unito; il Castello con la sua Great Hall, dove è conservata una copia della tavola rotonda, e la tomba di una ben nota conoscenza per noi che amiamo i libri e la lettura.

La Cattedrale

E’ uno degli edifici più importanti della Gran Bretagna, tanto che ha sempre ricevuto donazioni importanti. D’altra parte, prima di spostarsi a Londra la famiglia reale aveva stabilito qui la propria residenza ed era proprio dentro la cattedrale che i re venivano incoronati. L’ingresso costa 8 sterline e comprende una visita guidata in inglese molto accurata. Realizzata in stile gotico, la cattedrale si sviluppa in lunghezza (è una delle più lunghe d’Europa) e dopo aver percorso la navata non è difficile immaginare i re mentre ricevevano l’investitura ufficiale. Mentre camminiamo, 20170822_121224ahimè senza ricevere nessuna corona, la guida ci fa notare la sovrapposizione di stili,  il magnifico coro dietro l’altare, uno dei più antichi e meglio conservati d’Inghilterra e la tomba, con statua a ricordo, del palombaro William Walker. Questo coraggioso piccolo uomo dal 1906 al 1911 rischiò la vita tuffandosi nell’acqua che invadeva il sottosuolo della cattedrale, per sostituire le fondamenta normanne di legno con altre in cemento. Se la cattedrale oggi è ancora in piedi lo dobbiamo a lui. Dentro c’è anche la tomba del cardinale Beaufort, che mandò al rogo Giovanna d’Arco, ma questo la guida evita accuratamente di dirlo, e fa bene. Dopo aver richiamato la nostra attenzione sui simboli religiosi e non che incontriamo, e sulla vetrata che occupa l’intera facciata, la gentile signora che ci accompagna si ferma sull’attrattiva che sicuramente richiama più turisti in assoluto. 

La tomba di Jane Austen 

20170822_114427Zia Jane è sepolta qui, pur avendo vissuto gli anni della giovinezza a Bath. In un tentativo disperato di salvarla, la famiglia decise di trasferirla da Chawton a Winchester farla visitare da un medico illustre, ma purtroppo le cure si rivelarono inutili. Jane si spense il 18 luglio 1817 a 41 anni. L’area dedicata alla scrittrice è solenne e curata, gli inglesi hanno rispetto per la memoria e si vede. Fu seppellita nella Cattedrale, sotto il pavimento della navata nord, perché era un edificio che le piaceva immensamente. Il suo funerale, molto modesto, ebbe luogo di mattina presto, prima iniziassero le messe, e parteciparono solo quattro persone.  L’iscrizione della lapide parla solo delle sue qualità personali e non cita la scrittura. La fama di Jane come scrittrice è cresciuta nel tempo, ma lei è morta prima di raggiungerla. Nel 1870, suo nipote Edward scrisse un saggio sulla zia e usò i proventi per erigere una placca d’ottone sul muro accanto alla sua tomba. Stavolta, è la sua dote di scrittrice a essere in primo piano: “Jane Austen, conosciuta da molti per i suoi scritti…” Entro il 1900, era abbastanza famosa da “meritare” una targa pubblica in suo ricordo. 

La Bibbia

La guida ci lascia davanti alla tomba di Jane, liberi di proseguire la visita. C’è ancora una cosa importante da vedere: l’esposizione del 21° libro della Bibbia, che è conservata per intero nella biblioteca della cattedrale. Fu scritta tra il 1160 circa e il 1180, probabilmente sotto il patronato di Enrico di Blois, vescovo di Winchester per oltre 40 anni. Fu scritta in latino da un solo scriba, mentre sei artisti, reclutati tra i migliori dell’epoca, lavoravano alle lettere maiuscole decorate in oro e lapislazzuli e un illustratore alla copertina. Posso solo immaginare quanto questi amanuensi abbiano lavorato: per realizzarla, furono usati 468 fogli di pergamena di pelle di vitello, costellata da 54 iniziali complete o parzialmente complete. I fogli furono piegati al centro, per far diventare le pagine 936 in tutto. Considerate che le 936 pagine sono l’equivalente di circa 250 vitelli. L’unico scriba usò una piuma d’oca mentre un secondo amanuense, il correttore di bozze come lo chiameremmo oggi, controllava il lavoro e annotava le correzioni ai margini. Ogni pagina veniva regolata in anticipo, per garantire che le righe fossero sempre 54. Prima dell’inizio dell’opera d’arte principale, le lettere iniziali colorate, che raccontavano ognuna una storia, vennero disegnate all’inizio e alla fine di ogni capitolo utilizzando inchiostro rosso, verde e blu. Tutta la Bibbia era originariamente rilegata in due volumi, ma sarebbe stata troppo pesante da spostare. Così, ora è composta da quattro volumi. Solo 48 lettere iniziali sono state finite. Segno che quest’opera monumentale era talmente costosa che il committente probabilmente non ebbe la forza economica per terminarla. 

Purtroppo non consentono di fotografare le pagine esposte, perché giustamente si usurerebbero, e nella teca fanno entrare poche persone per volta. In quel momento, eravamo io e un padre tedesco con il figlio. Il religioso che l’ha illustrata ci ha tenuto a sottolineare che “per avere un buon lavoro, era necessario assumere i migliori artisti“. Ci ho tenuto a sottolineare che “anche oggi dovrebbe essere così“, ma mentre il signore tedesco ha apprezzato la battuta, il religioso è rimasto perplesso. Fine dell’illustrazione 🙂 

 Il giardino

20170822_124733Il giardino che circonda la cattedrale è, neanche a dirlo, delizioso, così come il punto di ristoro, dove deve essere piacevolissimo sostare, e lo shopping centre. Qui mi rivolgo soprattutto alle signore: attenzione alla borsa. Non perché ci siano ladri, ma perché rischierete seriamente di uscire con il portafogli vuoto. Poi non dite che non vi avevo avvisato! 

Camelot, Great Hall e la tavola di re Artù 

20170822_141246Avevo già incontrato Re Artù a Tintagel, ma stavolta ho l’occasione di ammirare quella che si dice sia la tavola rotonda, attorno alla quale lui e i suoi cavalieri si riunivano per decidere le strategie di battaglia. Potrò illudermi che sia vero fino a domani, quando un’incauta donna mi dirà la verità. Si arriva attraversando una stradina di ciottoli tipica del medioevo e già questo mi basta per capire come mai Winchester sia stata identificata con Camelot. L’accostamento più famoso è rintracciabile nel romanzoLa morte di Arturo” di Thomas Malory, uno scrittore inglese del 1400. L’autore è abbastanza misterioso, di lui si sa molto poco tranne che debba avere avuto una vita abbastanza tumultuosa. Sembra che in questo parallelo probabilmente sia stato ispirato proprio dalla tavola rotonda, che all’epoca pensavano fosse quella autentica e non una copia.  Arrivata nei pressi del castello, mi rendo conto che già dall’esterno posso intuire come doveva essere nel suo pieno splendore, quando era residenza reale, ma soprattutto prima che venisse raso al suolo da Oliver Cromwell al termine della Guerra Civile Inglese. Oggi rimane solo la grande sala duecentesca, la Great Hall appunto. L’attrattiva principale è proprio la tavola rotonda, che domina la parete di destra. Appesa così al muro, mi ricorda più un bersagio gigante per 20170822_141040freccette che un tavolo solenne per re e cavalieri, ma forse se l’avessero lasciata in mezzo alla sala mi avrebbe fatto un altro effetto. Anche la sala merita di essere girata perché ci sono diversi elementi decorativi di pregio, Soprattutto vicino alle finestre, e l’albero genealogico dei regnanti dove fare un veloce ripassino di storia. Come in molti dei musei che ho girato, anche qui non manca l’attività ludica: abiti e travestimenti sono a disposizione dei serissimi turisti per essere incoronati, oppure per tagliare la testa al re di turno con la ghigliottina splatter, dotata anche di sangue finto. A un certo punto, dopo aver finito di giocare, noto un portone di ferro, sinceramente un po’ bruttino. Addirittura la tavola rotonda, che prima era lì, è stata spostata sulla parete opposta per fargli spazio. Il portone è stato creato per celebrare il matrimonio di Carlo e Diana nel 1983. Improvvisamente, ti spieghi perché certe unioni nascano sotto un cattivo auspicio…

Winchester mi è piaciuta molto, sono contenta di averla visitata. Ma ora è tempo di ripartire. Devo rendere omaggio a un grande artista, una presenza fondamentale nella mia vita. Nella prossima puntata vi dirò di chi si tratta e quali forti emozioni ho provato nel salutarlo…

(continua)

Jamaica Inn: leggende, fantasmi, navi pirata e l’incontro con la quinta scrittrice

Dopo un sonno ristoratore, cullati dal vento forte che a tratti ci è sembrato potesse far crollare la fattoria, ci siamo alzati la mattina di buonumore e in preda a una fame pazzesca. Dopo il cornish cream tea che la padrona di casa ci aveva gentilmente offerto la sera prima, infatti, non ce la siamo sentita di cenare. Scelte che ovviamente si pagano il giorno dopo. La colazione ci è stata servita nella sala da pranzo della fattoria, dove ci siamo ritrovati a banchettare con una full english breakfast vista oceano. Una meraviglia per gli occhi e per lo stomaco: caffè, tè, uova strapazzate, bacon, yogurt e panini fatti in casa, fragole, frutta secca, burro, miele, cereali e biscotti, con la signora che faceva avanti e indietro continuamente per assicurarsi che non fosse poco. Poco??? Sembrava un pranzo nuziale! Siamo grati per aver incontrato sulla nostra strada gente autenticamente ospitale, che ha voluto condividere con noi anche i segreti della cucina. Appena ho chiesto alla mia ospite come avesse fatto i panini, ha tirato fuori il libro di cucina e mi ha invitato a fotografare la ricetta, ha preso dalla cucina una ciotola con l’impasto in lievitazione per farmi vedere come deve venire, mi ha regalato una bustina del lievito secco che usa lei per provarci e mi ha anche chiesto di spedirle la foto dei panini per farle vedere come sono venuti. Con una certa rassegnazione, e tanti saluti festosi da entrambe le parti, ci siamo salutati e abbiamo ripreso il nostro viaggio, a pancia piena e mente leggera.

Direzione

Jamaica Inn stands today, hospitable and kindly, a temperance house on the twenty-mile road between Bodmin and Launceston.

Oggi il Jamaica Inn è una locanda che non vende alcolici e sorge, ospitale e accogliente, lungo la strada dche va da Bodmin a Launceston.

Così Daphne Du Maurier nel 1935 descriveva il pub verso cui siamo diretti nell’introduzione all’omonimo romanzo. Ed è proprio per lei che sto venendo qui, perché è un posto in cui la scrittrice, che visse a lungo in Cornovaglia, amava soggiornare e che le ha dato l’ispirazione per realizzare uno dei suoi romanzi di maggior successo, successivamente trasposto al cinema da Alfred Hitchcock in un film di grande successo.

Non è un posto di passaggio, per arrivare fin qui bisogna essere intenzionati a vederlo e, dopo averci passato qualche ora, leggere il romanzo assumerà tutto un altro sapore. Ora vi racconto perbene (spero). Siamo arrivati più o meno all’ora di pranzo in questa landa desolata, dove praticamente c’è solo questa locanda. E’ subito chiaro come e perché questa costruzione avesse assunto un ruolo centrale come snodo del contrabbando subito dopo la sua costruzione, nel 1750. Formalmente locanda per viaggiatori di passaggio, in realtà veniva utilizzata per nascondere i prodotti di contrabbando che arrivavano via mare. Pare che circa la metà del brandy e un quarto 20170819_122748_LLSdi tutto il tè che veniva contrabbandato nel Regno Unito sbarcasse lungo le coste della Cornovaglia e del Devon. Il Jamaica Inn, in particolare, si trovava in un luogo remoto e isolato, quindi ideale per fermarsi sulla strada prima di continuare verso il Devon e oltre. Nel 1778 fu anche allargato, per includere una stazione per le carrozze, scuderie e una selleria, facendo assumere all’edificio l’aspetto a L che vediamo ancora oggi. Adesso è più banalmente una tappa folcloristica, dove si può dormire, mangiare, bere birra e visitare il museo dei contrabbandieri. La taverna si chiama così non perché nascondesse il rum di contrabbando importato dalla Giamaica, ma prende il nome dalla più importante famiglia di proprietari terrieri locali, i Trelawney, in omaggio al fatto che due suoi membri furono governatori della Giamaica nel XVIII secolo. Secondo gli storici, all’epoca sulla costa della Cornovaglia abbondavano delle gang che attiravano le navi sugli scogli proiettando luci che gli armatori scambiavano per quella dei fari, per poi razziare barche e navi appena queste andavano a infrangersi sugli scogli e loro stessi venivano incaricati di disincagliarle.

Daphne Du Maurier al Jamaica Inn

La storia dei contrabbandieri è molto interessante e avevo già fatto la loro conoscenza a Polperro, Mullion, Lizard Point, Tintagel e Boscastle, ma non è questo il motivo per cui mi sono avventurata fin qui. Sono qui per la quinta delle scrittrici che sono venuta a trovare in questo viaggio letterario. Dopo Agatha Christie, Jane Austen, Virginia Woolf e Rosamunde Pilcher, stavolta voglio incontrare Daphne Du Maurier.

Il Jamaica Inn, infatti, è così famoso perché la scrittrice nel 1936 pubblicò un romanzo di grande successo incentrato proprio sulla storia IMG_6460di una giovane che, alla morte della madre, va a stabilirsi dagli zii, locandieri del Jamaica Inn, senza sapere in quali traffici loschi si troverà invischiata. La stessa autrice ha raccontato di avere avuto l’ispirazione dopo che lei e un amico nel 1930 si persero nella nebbia mentre cavalcavano e si fermarono nella notte nella locanda perché troppo pericoloso proseguire. Durante il tempo trascorso nella taverna, si dice che il parroco locale l’abbia divertita con storie di fantasmi e racconti di contrabbando. Più tardi, Daphne du Maurier continuò a trascorrere lunghi periodi presso l’Inn, parlando apertamente a più riprese del suo amore per la località. Il romanzo è poi diventato un film diretto da Alfred Hitchcock nel 1939, che l’anno successivo diresse anche Rebecca la prima moglie, altro titolo della scrittrice, e qualche anno più tardi il più famoso Gli uccelli.

Il Museo

Abbiamo visitato il museo, soffermandoci in particolare sull’ala dedicata proprio a Daphne. In sua 30memoria, i proprietari del Jamaica Inn hanno ricreato il suo studio, con la scrivania e la macchina da scrivere, insieme a un pacchetto di sigarette “Du Maurier”, chiamate così in onore del padre, famoso attore britannico, e un piatto di  mentine, le sue caramelle preferite. Ci sono poi una serie di oggetti appartenenti all’era del contrabbando e un video che ricostruisce la storia della locanda, che si dice sia infestata dai fantasmi. Secondo la credenza popolare, infatti, nelle notti più fredde, al chiaro di luna si ode il rumore dei cavalli al galoppo e delle ruote, voci che parlano in una lingua sconosciuta, cornico antico?, si scorgono delle IMG_6464ombre che sfrecciano e un uomo che appare e scompare tra le porte in abiti ottocenteschi. E cosa dire della storia più terribile? Molti anni fa uno sconosciuto sedeva al bar bevendo birra. Dopo essere stato chiamato fuori, lasciò la birra e uscì nella notte. Quella fu l’ultima volta che venne visto vivo. La mattina seguente, il suo cadavere fu trovato nella brughiera, ma le cause della morte e l’identità del suo aggressore rimangono ancora un mistero. la cosa strana, fu che in molti l’avevano visto seduto su un muretto. I padroni di casa, sentendo dei passi di notte lungo il passaggio che conduce al bar, credevano fosse lo spirito dell’uomo morto che tornava per finire la sua birra. Nel 1911, suscitò sconcerto nella stampa la notizia di uno strano uomo che era stato visto da molte persone seduto sul muro fuori dall’Inn. Non parlava, né si muoveva, né rispondeva a un saluto, ma il suo aspetto era simile a quello dello straniero assassinato. Potrebbe essere il fantasma del morto? E quale strano obbligo lo porta a ritornare così spesso al Jamaica Inn?

Ci sono davvero i fantasmi?

Vi ho spaventato? No, vero? Infatti anch’io mi sono fatta due risate. Ora però dovete avere pazienza e leggere cosa mi è successo appena uscita dal museo. Ho chiesto al ragazzo del bar di darmi una birra “leggera”. Mi sono alzata da tavola ondeggiando, in qualche modo sono arrivata al bagno e il cellulare mi è caduto nella tazza. Mentre asciugavo il cellulare sotto l’aria calda, mi è sembrato di sentire l’eco di una risata. Un contrabbandiere si è forse divertito con me?

Arrivederci Cornovaglia

Apatica e muta, tipo lo straniero assassinato, vi devo dire che la mia esperienza favolosa in Cornovaglia finisce qui. Il mio è un arrivederci, ne sono sicura, e il viaggio letterario va avanti. Lasciatemelo però affermare con il cuore in mano: la Cornovaglia è un luogo dell’anima, e se ci ho convinto a fare un viaggio come il mio che comprende delle tappe in altre regioni del Regno Unito, datemi ascolto, lasciatela per ultima. Perché dopo essere stati rapiti e ammaliati da questa terra magica, il resto vi sembrerà niente. O quasi. Domani vi racconterò di Salisbury, della Magna Charta e dell’orologio più antico del mondo.

(continua)

Leggi anche: 

Daphne Du Maurier, il lato oscuro di una scrittrice di successo

Cape Cornwall e la tempesta perfetta: il viaggio letterario continua

Cape Cornwall vs Land’s End. Gli inglesi e i geografi non mi convinceranno mai che Land’s End sia davvero il punto più occidentale della Gran Bretagna. Sfido chiunque abbia visto entrambi a dirmi che il vero spirito di 20170816_114101frontiera non risieda a Cape Cornwall. Sarà che quel giorno il tempo non mi ha assistito particolarmente, ma vi assicuro che ho sentito tutta la potenza del vento e della natura, senza filtri e senza che la distruzione umana vi sia giunta. Se lasciate la macchina a St Just, potrete arrivare al promontorio di Cape Cornwall con una breve passeggiata. Altrimenti, anche qui non manca il consueto parcheggio a pagamento.

Cape Cornwall

Salire sul promontorio è relativamente facile, a meno che, come nel mio 20170816_112321caso, il vento sia così arrabbiato da toglierti stabilità a ogni passo. Vi dico solo che per rimanere in piedi mi sono aggrappata ai resti di una ciminiera e che sull’altro lato una signora tedesca, con sua grande vergogna, stava facendo la stessa cosa! Questa, infatti, era terra di minatori e segna anche il punto in cui le correnti dell’Atlantico si dividono. E’ un luogo estremamente affascinante, wild, selvaggio, nel senso più puro del termine. Se fosse stata una giornata più gradevole, sarebbe stato bello passare un po’ di tempo a Priest’s cove, la baia del sacerdote, o incamminarsi lungo i sentieri dei minatori, ma entrambe le alternative sembrano incaute quel giorno. Certo è che ho visto con i miei occhi giocatori di golf lanciare palline imperterriti sotto l’acqua e su un terreno in forte pendenza. Per dire come tutto nella vita sia relativo.

St Ives e Rosamunde Pilcher 

Appagata dalla vista magnifica di questo promontorio mistico, ho lasciato Cape Cornwall e mi sono diretta senza indugi verso la seconda tappa del giorno: St Ives, dove finalmente ho incontrato…Rosamunde Pilcher! Nata a Lelant, un villaggio che si trova tra Hayle e St Ives, non c’è dubbio che nella sua infanzia e adolescenza St Ives abbia rivestito una grande importanza. Sembra, infatti, che il suo romanzo più famoso, I cercatori di conchiglie, pur essendo ambientato a Porthkerris, descriva in realtà proprio St Ives. Dovete immaginare, premetto che le fotografie non rendono giustizia, un IMG_6283delizioso villaggio di pescatori, con il porto al centro della vita cittadina, tanti negozietti di souvenir, gallerie d’arte, pasticcerie e laboratori di cornish pasties. Il suo passato come colonia di artisti è ancora ben visibile in ogni angolo del villaggio, che come tutta la Cornovaglia del resto, oggi è turistico ma ben conservato. Qui, da Pangenna pasties, ho assaggiato il cornish pasty più buono di tutta la mia trasferta cornica e ho filmato anche il momento della sua chiusura prima di andare in forno. In pratica, è un fagotto di pasta frolla o brisée, ripieno di carne di vitello, patate, cipolla, rutabaga e spezie. E’ divino e siccome ho rubato la ricetta originale, naturalmente la troverete sul blog con tutti i passaggi per realizzarlo a casa. Ma la sorpresa più grande mi ha quasi steso sul molo.

Le foche! 

Mentre passeggiavo placidamente, con il vento che sembrava volesse portarmi via e i gabbiani che garrivano senza sosta insieme ad altri uccelli, 20170816_144818formando nell’insieme un’armoniosa orchestra faunistica, noto un gruppo di ragazzini che si agita e indica qualcosa dentro l’acqua. Incuriosita, mi avvicino anch’io e vedo due foche, che ci guardano curiose mentre galleggiano pacifiche nel bel mezzo di un porto cittadino! Pazzesco, in Cornovaglia l’incontro con la natura è davvero ravvicinato. In effetti, avevo letto un avviso, che recitava più o meno di lasciare in pace le foche, animali selvatici anche se sembrano innocui, perché nuotare con loro può essere molto pericoloso. Lo ammetto, pensavo che l’eventualità di incontrarle fosse talmente rara che il cartello fosse più pittoresco che altro. E invece…

Gita al faro

Molto contenta per l’avvistamento, e per il video di un signor galleggiamento che sono riuscita a fare, ho deciso di saltare Lelant, il villaggio in cui Rosamunde Pilcher viveva da piccola, perché il tempo con l’andare delle ore stava via via peggiorando e avevo un’ultima tappa da onorare sul mio cammino.
E’ così che sono riuscita a compiere la mia personale gita a Godrevy Head, con un tempo IMG_6306proibitivo e il faro appena visibile tra i banchi di nebbia. Impensabile e inutile aspettare il tramonto. Anche perché mi sono inzuppata dalla radice dei capelli fino alla punta dei piedi solo per percorrere i 500 metri che mi distanziavano da una fotografia un minimo significativa. Solo dopo una doccia calda mi sono ricordata che la Gita al faro di Virginia Woolf inizia con la famiglia intera riunita nella casa dell’Isola di Skye e il figlio James che chiede di poter andare in gita al faro il giorno successivo. La madre gli dice che se il tempo sarà bello andranno, mentre il padre risponde bruscamente che non si farà alcuna gita perché il tempo sarà brutto. Aveva ragione il padre, oggi come allora.

Una cerimonia privata

E anche se il romanzo è ambientato da un’altra parte, era proprio al Godrevy Lighthouse che l’autrice pensava quando lo scrisse. Mentre ero lì, prima di IMG_6325annegare nella pioggia, ho avuto il tempo di registrare che i surfisti giocavano allegramente nell’acqua agitata e che una famiglia ha deciso comunque di onorare una cerimonia privata, avviandosi sugli scogli, armata di palloncini e festoni e bambini al seguito. Impensabile per chiunque di noi, credo; quando sono tornati su, giusto il tempo che io scattassi qualche fotografia senza buttare tutta l’attrezzatura, ho visto che sul palloncino c’era scritto “dad” e che le due donne della compagnia sembravano un po’ tristi. Allora ho capito: stavano ricordando qualcuno, probabilmente nel modo che lui amava tanto, e una tempesta in atto non li ha certo dissuasi dal farlo. Questo viaggio non ha smesso neanche per un minuto di regalarmi emozioni preziose a ogni passo e penso che ricorderò sempre questo dono che la vita mi ha dato.

Ritorno a Mullion 

Grondanti di acqua da ogni poro, nonostante la nebbia ormai fitta, siamo tornati a Mullion, trasformato in un paese fantasma. L’ultima cosa che ho pensato prima di buttarmi sotto una doccia calda è stato “sarebbe davvero fantastico trovarsi qui a Natale“.
Spero di essere riuscita almeno in parte a trasmettervi le mie forti emozioni, ma il viaggio letterario è ancora lungo. Domani saremo nella Penisola di Lizard, a Kynance beach e Lizard Point. A chiudere la giornata, abbiamo esplorato come si deve Mullion. E…(continua)

 

Agatha Christie mile, chicca per veri giallodipendenti

Il Torquay museum è anche il punto da cui parto per esplorare l’Agatha Christie mile, un omaggio che la città natale della giallista le ha voluto rendere affiggendo delle targhe commemorative davanti a 14 edifici o luoghi che abbiano avuto un’influenza di qualche tipo nella sua vita. In realtà il mile in totale misura quasi 5 km di salite e disceseIMG_6074, quindi anche se nelle guide al percorso troverete scritto che è facile, vi dico subito che lo è, ma non troppo. Soprattutto, come vi spiegherò più avanti, gli ideatori dell’iniziativa devono aver dimenticato qualche targa, oppure…ma andiamo con ordine. Dicevo, 

1) il Torquay museum, si trova in collina. Secondo le mappe, non sto prendendo l’Agatha Christie mile nell’ordine giusto, ma per ottimizzare i tempi ricalcolo il tragitto secondo la posizione in cui già mi trovo, tipo navigatore umano.

2) Da lì, scendendo verso il porto, e proseguendo sulla sinistra, arrivo al Royal Torbay Yacht Club. Agatha lo frequentava spesso, perché il padre, un americano morto quando era ancora piccola, ne era un membro influente.

3) Mi giro e di fronte allo yacht club, c’è Beacon cove, la baia dove andava a nuotare da piccola, chiamata allora “Ladies Bathing Cove”, e dove rischiò un giorno di affogare pur essendo un’ottima nuotatrice. Con le correnti assassine che ci sono da quelle parti, la cosa non mi stupisce per niente.

4) Lì accanto, un’altra pietra miliare: l’Imperial hotel, albergo costruito nel 1866 e definito “lussuoso”. Non so dirvi come sia all’interno e come poteva essere ai primi del ‘900, ma oggi dall’esterno appare un po’ decadente. La posizione però è strategica, affaccia sulla IMG_6077baia ed è dotato di terrazza con piscina. Sembra che nell’avventura di Poirot “Il pericolo senza nome“, ambientato in Cornovaglia, l’albergo in cui scende l’investigatore sia in realtà proprio l’Imperial mascherato. Secondo me lo è anche quello di “Corpi al sole“, perché mentre rileggevo il romanzo mi sembrava quasi di vederlo! Dalla strada che lo costeggia, inizia una passeggiata panoramica e dei giardini digradanti che volendo consentono di scendere fino a spiagge di sassi e calette seminascoste. Forse non sarà di lusso l’edificio, ma penso proprio che chi soggiorna lì riceva un trattamento di lusso dall’ambiente che lo circonda.

Un po’ riluttante, abbandono quest’angolo di paradiso per proseguire verso la tappa successiva dell’Agatha Christie mile.

5) Il busto di Agatha mi aspetta, un po’ pensieroso e lugubre. Forse, sta architettando una nuova diabolica trama. L’opera è stata inaugurata dalla figlia il 15 settembre 1990, a 100 anni dalla nascita della scrittrice. Personalmente non l’ho trovata particolarmente espressiva, ma ritengo che se è stata approvata dalla figlia, cioè la custode dell’impero materno fino alla sua morte, debba essere approvata per definizione anche dai fan. Da qui, parte un lungo tratto di passeggiata pianeggiante lungomare, molto piacevole e tranquillo.

6) Incontro poco distante il Pavillion, la sala concerti dove Agatha amava andare ad ascoltare musica classica. Proprio lì, nel 1913, ricevette la proposta di matrimonio del suo primo marito alla fine di un concerto di Wagner.

IMG_60817) Subito dopo, Princess Garden, giardini da lei molto amati,

8) e il Princess Pier, il molo su cui Agatha pattinava con le amiche da adolescente. All’altezza del molo, lasciamo il lungomare per inoltrarci all’interno, per andare verso la Torre Abbey.

9) Dopo un’imponente restauro, la Torre è stata inaugurata nel 2008 dal mio Poirot preferito, David Suchet. L’anno dopo, nei giardini è stata creata una sezione dedicata alle piante di Agatha Christie. In questa sezione, le piante sono divise in gruppi e ogni gruppo può essere ricondotto a un libro. Prima di arrivare alla torre, c’è un altro giardino suggestivo, con una caratteristica che ho poi ritrovato in ogni tappa del viaggio: le panchine con una dedica scritta su una targhetta di ottone. Alcune, vi confesso, sono molto emozionanti, soprattutto quelle dedicate ad anziani scomparsi che amavano stare seduti e rimirare l’oceano proprio da quella panchina.

10) Dalla Torre, sono poi tornata alla stazione dei treni, la stessa da cui sono arrivata il giorno precedente. Durante le celebrazioni per il centenario della nascita dell’autrice, sempre nel 1990 quando posero il busto al punto 5), proprio alla stazione accadde un fatto incredibile: Poirot (David Suchet) e Miss Marple (Joan Hickson) si sono incontrati! Nei gialli non era mai accaduto, secondo me fondamentalmente perché odiava lui e amava lei. Come avrebbe fatto a non farli litigare?

11) Adiacente alla stazione, un altro albergo, il Grand Hotel, dove Agatha trascorse la luna di miele con il primo marito. Il Grand Hotel rispetto all’Imperial ha conservato il suo aspetto maestoso e penso siano abituati al pellegrinaggio degli amanti della scrittrice, perché quando IMG_6096mi sono avvicinata per fotografare la targa il concierge non ha battuto ciglio.

A questo punto ho toccato i due estremi del “mile”. Tornando indietro, secondo la mappa del museo ci sono altri tre punti per completarlo.

12) The Strand, che oggi è un po’ la via dello shopping di Torquay, all’epoca di Agatha faceva da capolinea per carrozze e tram ed era già allora la via dello shopping esclusivo, tanto che Agatha e la madre a volte facevano qui i loro acquisti.

Dopodiché, il buio. Secondo la mappa ciclostilata ci sarebbero altri due edifici,

il 13) “Former Royal Theatre” e

14) il dispensario, cioè un ospedale di assistenza pubblica, in cui Agatha lavorò durante la guerra e che la rese così brava nella gestione dei veleni da parte dei suoi assassini.

Agli indirizzi segnati sulla mappa non ho trovato nessuno dei due, né alcuna targa che mi potesse aiutare a identificare l’edificio.

 

IMG_6108Confesso che ho dovuto contenere la delusione, soprattutto perché queste ultime due tappedellAgatha Christie mile hanno richiesto anche uno sforzo fisico non indifferente, considerato che hanno portato quello che doveva essere un semplice miglio a misurare invece, a occhio, almeno tre volte tanto.

Per fortuna la signora da cui alloggiavo ha pensato bene di risollevare gli animi preparando un’ottima cenetta, condita da una conversazione rilassata e tranquilla con lei e il marito. Il menù della cena, insospettabilmente buono, ha previsto un piatto unico di maiale, rape rosse e barbabietola, bulgur e couscous, origano, innaffiato da un vino dall’apparenza francese con vitigno italiano (non fate commenti). A chiudere una splendida serata, un ottimo crumble di rabarbaro con salsa custard vanigliata.

Li salutiamo con affetto, siamo stati benissimo in loro compagnia, ma ora è arrivato il momento di lasciare il Devon per realizzare il sogno di una vita.

 

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Cornovaglia…sto arrivando! Intanto ditemi: vi è piaciuto l’Agatha Christie mile? Vi piacerebbe farlo prima o poi? Raccontatemi nei commenti!

(continua)

torquay mile

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